Economia

L’Italia delle telecomunicazioni non è in linea con l’Europa

L’Europa non è solo quella cosa per entrare nella quale occorre pagare una tassa straordinaria. Tassa che, per giunta, con un tocco di classicismo ed uno di fantasia, viene denominata una tantum , che dovrebbe voler dire che si paga una volta sola.

Le mie origini siciliane (e spero che mai venga il giorno in cui sarà necessario il passaporto per andare a trovare la grande maggioranza dei corregionali, che vive da anni in quel di Milano), però, mi suggeriscono una variante linguistica : se dovessimo tradurre una tantum in siciliano, diventerebbe una tanta ; se, poi, dal siciliano traducessimo in italiano, risulterebbe una grande così .

L’Europa è l’unione di diversi paesi nazionali, i quali hanno deciso di fare dei loro territori, dal punto di vista economico, un unico ambiente competitivo. Perché questo sia realizzabile occorre che le regole che valgono in un punto del mercato, valgano in ogni sua altra parte. Non può esistere, infatti, un mercato unico governato da leggi e regole diverse.

In apertura del nostro ragionamento occorre chiarire un punto, essenziale. L’adeguarsi alle regole comuni non è solo una dimostrazione di buona condotta europeistica, l’affrettarsi in tal senso non è giustificato dal desiderio di essere i primi della classe. Al contrario, parafrasando un celeberrimo adagio di Adam Smith, per fare l’Europa contiamo sull’interesse egoistico dei singoli mercati nazionali. Ma mentre nella Glasgow del 1776 era chiaro quale fosse l’interesse egoistico dei macellai, nell’Europa dei nostri anni regna una maggiore confusione. E’ per questo che alcuni paesi, e fra questi, su certi temi, anche l’Italia, difendono le specificità, e quindi le chiusure dei propri mercati nazionali, non rendendosi conto che ogni ritardo all’apertura si tradurrà in un inevitabile svantaggio competitivo all’interno del mercato unico. Questi paesi, non solo stanno facendo del male al loro mercato interno, ma si incaponiscono a difendere tale masochistica propensione, talora addolcendola con il preteso desiderio di difendere gli interessi più deboli.

Noi sappiamo, però, che il mercato si vendica sempre delle violenze che subisce. E, solitamente, quando si vendica, sono proprio i più deboli a farne le spese più amare.

Purtroppo, come di seguito si illustra, nel campo delle telecomunicazioni, l’Italia delle leggi e dei mercati sembra proprio volere rimanere indietro.

Scomparso

La struttura portante della regolamentazione italiana, nel campo delle telecomunicazioni, risale al Codice Postale, varato nel 1973. In esso si prevede un solo gestore, monopolista, di reti e servizi. La realtà dei fatti, però, non ha più quasi nulla a che vedere con quel Codice.

Codice che non si è ancora riusciti ad abrogare del tutto, ma che ha ugualmente subito una sorte a suo modo definitiva : è sparito. Oggi, infatti, chi volesse procurarsene una copia dovrebbe ricorrere ad un amico od a qualche biblioteca ben fornita. In commercio non c’è più, segno che le Stamperie Nazionali hanno già espresso un giudizio che, invece, il sistema legislativo tarda a dare.

Quel Codice, oltre a non essere più reperibile, ha assorbito una serie di abbattimenti e smantellamenti, tali da togliergli qualsiasi pretesa di perdurante efficacia. Eppure, tali operazioni di demolizione sono state più il frutto di necessità, imposte dalle normative europee e dai pronunciamenti giurisdizionali, che non il risultato di un disegno e di una volontà. Motivo per cui chi, oggi, in Italia, si occupa di questa materia, si affida alla propria capacità di collazionare ed integrare, acquisire ed interconnettere spezzoni legislativi. Anzi, essendo questa capacità una qualità eminentemente artigiana, viene anche considerata una sorta di ricchezza propria, di esclusiva che ci si è conquistati sul campo e che, ragionevolmente, si mette a disposizione del cliente pagante, o dell’amico, ma che ci si guarda bene dal far circolare.

E’ appena il caso di osservare che ben triste sarà la sorte di quel paese in cui le norme possono difficilmente essere rispettate, in quanto è difficile anche solo conoscerle. E se è vero che ignorantia legis non excusat , è anche vero che si dovrebbe potere disporre degli strumenti con cui curare la deprecabile ignorantia.

I fondamenti UE

La legislazione vigente, dunque, non ha una fonte nazionale, ma affonda le sue radici nella politica fissata in sede di Unione Europea. E la base di quella politica si trova nel “Libro Verde sullo sviluppo di un mercato comune per i servizi e le apparecchiature di telecomunicazione”, approvato nel 1987, e poi successivamente, più volte aggiornato (con il “Libro Verde sulle comunicazioni via satellite”, del 1990; la “Telecommunications Review”, del 1992; il “Libro Verde sulle comunicazioni mobili e personali”, del 1994; ed il “Libro Verde sulla liberalizzazione delle infrastrutture”, che ha visto la luce in due parti, una nell’ottobre del 1994 e l’altra nel gennaio del 1995).

Da quel primo Libro Verde discendono le decisioni via via prese dal Consiglio e dalla Commissione. Gli obiettivi che in esso si fissavano, e che sono stati rispettati, sono i due binari su cui corre il treno delle comunicazioni europee, è cioè la necessità di promuovere la liberalizzazione dei mercati e l’armonizzazione delle reti e dei servizi. Ciò significa che nell’ambito UE la fornitura di reti e servizi deve trovare un ambiente aperto alla concorrenza, ove, mano a mano, cadano tutti i diritti riservati ed esclusivi (quindi tutti i monopoli), e che a ciascun cittadino europeo deve essere potenzialmente possibile, anche dal punto di vista tecnico, accedere a tutti i servizi che in questo mercato vengono offerti.

Il Libro Verde del 1987, dunque, è il grande padre delle leggi europee. Il 28 giugno del 1990 nacquero le due figlie maggiori, da cui poi discendono tutti gli altri atti legislativi. Fu quel giorno, infatti che furono approvate la Direttiva della Commissione sulla concorrenza nei mercati dei servizi di telecomunicazione (90/388/CEE), e la Direttiva del Consiglio sull’istituzione del mercato interno per i servizi di telecomunicazione mediante la realizzazione della fornitura di una rete aperta di telecomunicazioni, Direttiva detta “Open Network Provision – ONP” (90/387/CEE). La prima dà sostanza al Libro Verde per quel che riguarda la liberalizzazione, la seconda per quel che riguarda l’armonizzazione.

Il resto della produzione normativa UE, che si trova più avanti elencato, deriva direttamente da questi atti.

Il Consiglio e la Commissione

Il lettore attento avrà notato che queste due fondamentali Direttive sono state approvate una dalla Commissione ed una dal Consiglio. La cosa non avvenne per caso, ed, anzi, in essa si trova proprio la chiave di lettura di molti anni e di molti scontri politici in sede europea.

Il Consiglio è composto dai ministri di ciascun paese membro, e presieduto, a turni semestrali, da uno di loro, ed alle sue riunioni prende parte anche un membro della Commissione, cioè il commissario competente per materia. Tale organismo ha condiviso, naturalmente, gli obiettivi fissati nel Libro Verde del 1987, ma è stato anche la sede in cui si è fatto sentire il peso dei ritardi e delle resistenze di questo o quel paese membro. E’ stato, dunque, un organismo sempre pronto per quel che riguarda le esigenze di armonizzazione, ma che ha frapposto non pochi ostacoli alla liberalizzazione.

La Commissione, invece, è composta da due rappresentati per ogni paese membro, ma prescinde completamente dalla volontà dei governi nazionali, rappresenta un potere autonomo, naturalmente regolato dal Trattato dell’Unione. Ed è stata proprio la Commissione ad imprimere la spinta necessaria per dare sostanza a quel processo di liberalizzazione che nel Libro Verde era delineato.

Il tutto non è avvenuto certo in modo indolore, e gli scontri fra Consiglio e Commissione hanno talora raggiunto il calor bianco, così come non sono mancati ricorsi di paesi membri, alla Corte di Giustizia, nei quali si denunciava un debordamento di poteri da parte della Commissione (il Consiglio agiva sulla base dell’articolo 100a del Trattato, mentre la Commissione si avvaleva dell’articolo 90(3), il cui uso è limitato a circostanze la cui sussistenza, appunto, veniva contestata. L’Alta Corte, dal canto suo, ha evidenziato le ragioni dei paesi ricorrenti, ma non ha dato torto alla Commissione). In qualche caso i commissari si sono alzati ed hanno abbandonato le riunioni del Consiglio, sbattendo la porta. Ma tutto questo non deve trarre in inganno. Tutto questo è solo il frutto delle evidenti e legittimissime frizioni fra gli obiettivi che la CEE (poi UE) si era data e le reali condizioni e disomogeneità dei paesi che la compongono. Tali frizioni, però, ed è questo l’importante, non hanno mai messo in discussione né le finalità fissate, né la correttezza dell’operato del Consiglio o della Commissione. E’ da questa dialettica che è scaturita la realtà dell’Unione che, con le sue luci e le sue ombre, oggi viviamo.

Efficacia delle Direttive

Ma che efficacia hanno questi atti dell’UE in Italia, e più in generale in ciascun paese membro? Su questo punto si deve registrare, nel dibattito italiano, una certa confusione, giacché da qualche parte si è detto che la tale o la talaltra Direttiva non sarebbero ancora state “recepite”, ovvero interiorizzate nell’ordinamento nazionale. A questo proposito si può ricordare il deprecabile caso della Direttiva 388, relativa alla liberalizzazione dei servizi, che è stata recepita in Italia con cinque anni di ritardo, e solo a seguito di azioni giudiziarie.

Ma le Direttive sono atti che non hanno alcun bisogno di essere “recepiti”, dato che hanno valore generale ed immediato. Il recepimento ha una funzione in tanto quanto serve ad armonizzare il diritto nazionale con ciò che, in modo vincolante, è stato approvato in sede UE. Ma mai e poi mai il recepimento può essere (come purtroppo è stato) uno strumento di ritardo o, addirittura, di modifica delle Direttive. La Direttiva obbliga lo Stato nazionale a comportarsi secondo quanto in essa stabilito. Non è un suggerimento o un indirizzo, ma una legge cui ci si deve adeguare, e secondo i tempi in essa stabiliti.

La Commissione, del resto, dispone di poteri ispettivi e di controllo e, pertanto, segue i processi di applicazione delle direttive. Ove a questi vengano frapposti ostacoli, essa avvia una procedura d’infrazione. Se tale procedura non è sufficiente a riallineare lo Stato inadempiente, allora lo si porta innanzi alla Corte di Giustizia.

Lo Stato che viene condannato subisce la condanna in quanto ha violato una legge, e questo dovrebbe essere sufficiente a comprendere quale è il peso ed il valore delle Direttive. Oltre a questo, però, come si dirà più avanti, spesso lo Stato condannato è anche uno Stato che ha fatto del male a se stesso, ovvero ai propri cittadini ed operatori economici.

Su questo punto è bene richiamare ancora l’attenzione di chi legge, dato che la favola del recepimento è talora servita per erigere una frontiera temporale contro atti ed indirizzi che poi si è comunque costretti ad accettare (che, anzi, si è già accettato nel momento in cui ci si è posti dentro l’Unione, e nel momento in cui non se ne è usciti). Questi tentativi, che spesso nascono dall’esigenza, tutta interna, di salvaguardare equilibri di mercato faticosamente raggiunti, hanno la sola conseguenza di rendere quegli equilibri ancora più irreali e fragili, e, in definitiva, con il rendere ancora più debole ciò che si vorrebbe salvaguardare. E su questo torneremo.

Per il momento basterà osservare che, come è evidente, il quadro normativo e regolamentare europeo ha una sua validità ed efficacia, dispiega tutte le sue positive potenzialità, solo a patto che l’indirizzo politico in esso contenuto trovi reale applicazione in quel mercato unico che si compone di tutti i singoli mercati nazionali. Se, invece, come è accaduto, si creano delle aree di inadempienza, quando non di ostilità, allora il quadro complessivo ne esce deturpato.

Il paese inadempiente, in altre parole, arreca un danno all’Unione arrecandolo a se stesso. Certo, rispetto alla realtà europea del 1987, molti passi in avanti sono stati fatti, ed alcuni di questi passi hanno una valore quasi rivoluzionario. Di questo si deve tenere conto, e di questo va compreso il valore. Ma guai a credere che tutto sia stato fatto, guai a non accorgersi delle aree di arretratezza normativa che ancora esistono (e che hainoi, esistono anche in Italia).

Alcuni padri dell’idea d’Europa hanno parlato, anche nel recente passato, della possibilità che l’adeguamento all’integrazione istituzionale potesse anche avvenire, per i diversi paesi, in tempi non identici. Fu l’idea di un’Europa a “geometria variabile”. Ma quell’idea, nel loro pensiero, come nella realtà, era solo un ripiego rispetto alle resistenze ed agli egoismi nazionali che già erano sul campo. Non fu mai un ideale. Noi, oggi, siamo consapevoli che, quanto meno per quel che riguarda i mercati economici (ma anche per il resto, a ben vedere), quella geometria variabile, magari comodamente invocata da chi è rimasto indietro, può tradursi in un grave svantaggio competitivo per gli stessi che sono in ritardo.

L’accelerazione

Tanto più che, con il passare del tempo, e con l’avvicinarsi del primo gennaio 1998, quanto tutti i servizi, ivi compresi quelli vocali, dovranno essere completamente e definitivamente liberalizzati, la politica di liberalizzazione ed armonizzazione subisce delle progressive accelerazioni.

In tal senso si muove il Rapporto Bangemann, su “L’Europa e la società globale dell’informazione”, presentato ed approvato nel giugno del 1994. Con questo Rapporto non solo si spinge in avanti quella politica avviata nel 1987, ma, oramai, si parla esplicitamente della necessità di coordinare la convergenza fra i diversi settori della comunicazione, di cui gli esperti parlano da anni. Noi tutti, infatti, dovremo presto prendere atto che la tradizionale differenza e separatezza fra il settore delle telecomunicazioni e quello delle trasmissioni televisive e radiofoniche, hanno cessato di esistere. E’ nato il grande mercato della comunicazione, che le comprende e le amplia.

E dato che questo mercato, anche grazie agli importanti passi in avanti della tecnologia, è sempre di più un mercato mondiale, ecco che assume un peso, anche in Europa, il Telecommunications Act of 1996 . Significativa l’intestazione delle finalità di questa nuova legge adottata negli Stati Uniti : “To promote competition and reduce regulation in order to secure lower prices and higher quality service for American telecommunications consumers and encourage the rapid deployment of new telecommunications technologies “. Per non pochi osservatori e protagonisti italiani sarà istruttivo leggere quel “promuovere la competizione e ridurre la regolamentazione”, ed a loro è bene ricordare che, per quel che riguarda il mercato delle telecomunicazioni, come prestissimo si accorgeranno, fra noi e gli Stati Uniti non c’è di mezzo il mare.

Il 13 marzo 1996 la Commissione mostra di avere ben compreso il segnale statunitense e, con la Direttiva 96/19/CE, che modifica la 388 “al fine della completa apertura alla concorrenza dei mercati delle telecomunicazioni”, pone il mercato europeo sulla frontiera, aperta e concorrenziale, delle comunicazioni mondiali. Prima troverà reale applicazioni nelle carni dei mercati nazionali, questa Direttiva, prima quei mercati mostreranno di non avere optato per l’autoesclusione e la marginalizzazione, vale a dire per la sostanziale autosoppressione.

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Direttiva 90/388 Abolizione di tutti i diritti esclusivi degli operatori di telecomunicazione, ad eccezione di quelli relativi alla trasmissione di voce, ai servizi satellitali, ai servizi di telefonia mobile e di paging, oltre a quelli radio e televisivi.

Direttiva 94/96Estensione della Direttiva 90/388 allecomunicazioni via satellite.

Direttiva 95/51Modifica della Direttiva 90/388 al fine di eliminare ogni restrizione all’uso delle reti via cavo per trasmissioni televisive, in modo che su queste possano viaggiare tutti i servizi liberalizzati.

Direttiva 96/2 Apertura alla piena competizione del mercato relativo alle comunicazioni mobili e personali.

Direttiva 96/19Eliminazione, dopo il 1 gennaio 1998, di tutti i diritti esclusivi relativi sia ai servizi in voce (quindi tutti iservizi sono liberalizzati), sia alla fornitura di reti. Liberalizzazione dell’uso di tutte le reti alternative per la fornitura di tutti i servizi, sempre fino al 1 gennaio 1998, ad eccezione di quelli in voce.

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La lunga frenata

Il monopolio delle telecomunicazioni, in Italia, si è protratto e si protrae oltre ogni ragionevole limite, e mentre il monopolista porta in bilancio profitti enormi, che sono pur sempre inferiori a quelli che in quei bilanci si potrebbero e dovrebbero trovare, il sistema paese si impoverisce. La povertà conseguente a quel monopolio è prima di tutto una povertà culturale : in Italia si parla tanto di privatizzazioni e di liberalizzazioni, ma, di fatto, la capacità degli stessi operatori economici di comprendere quale ricchezza si trova in quel mercato, e quanta di questa ricchezza potrebbe essere loro, rimane bassa.

Il processo di globalizzazione delle comunicazioni, e le conseguenti notizie riportate dall’informazione economica, finiscono con il far credere che i protagonisti di questo mercati saranno i grandi operatori internazionali, ovvero quei soggetti che possiedono reti o accordi che consentono loro di essere presenti in molti paesi. Questa, però, è solo una parte della realtà. Il mercato della comunicazione, infatti, sarà anche il mercato in cui moltissime piccole e medie imprese troveranno spazi estremamente interessanti di lavoro, spazi che non saranno di fornitura o di collaborazione con i grandi operatori, ma che avranno nella concorrenza su mercati aperti e nella capacità di interessare e coinvolgere i consumatori finali, le loro caratteristiche principali. Il futuro della comunicazione, quindi, non è riservato a pochi grandi soggetti, ma sarà animato da una miriade di imprese che arricchiranno il contenuto della comunicazione stessa.

Tutto questo potrebbe essere difficilmente comprensibile in un paese, l’Italia, che soffrendo di monopolio è abituato a considerare la comunicazione nel suo senso più stretto, che considera ancora le telecomunicazioni un sinonimo del telefono e del fax, che apprezza come una rivoluzione il fatto che anziché avere pochi sportelli telefonici, e con lunghe code, cui rivolgersi per un contratto od una fornitura, adesso dispone di negozi in grado di stipulare contratti e di sportelli telefonici cui segnalare guasti. Ed è ancora più difficile da comprendersi se si mette a confronto la realtà nella quale viviamo con le informazioni, spesso superficiali, che riceviamo da stampa e televisione, informazioni che parlano di una multimedialità interattiva che ci appare tanto futuribile quanto confusa. Quel che manca, agli operatori economici italiani, come ai clienti del sistema delle comunicazioni, è l’anello che congiunge l’oggi a quel mitico domani.

Il tema non è qui esauribile, ma di quell’anello è bene cominciare a parlare, anche perché non comprenderne l’esistenza e la natura si traduce in una perdita di ricchezza e competitività per gli operatori economici e, in definitiva, per l’intero sistema paese.

La convergenza

Le telecomunicazioni non sono il telefono. Il telefono è solo uno degli strumenti terminali che attivano un sistema di comunicazione, non è il più sofisticato, non sarà quello destinato a veicolare maggiore ricchezza.

Nel mercato delle comunicazioni converge il telefono, ma convergono anche le televisioni ed il sistema dell’informazione. Questo si deve non ad una scelta politica, né all’intuizione imprenditoriale, ma ad un progresso tecnico. Le nuove reti di comunicazione, numerizzate ed a larga banda, hanno la caratteristica tecnica di potere contenere molte più cose ed informazioni di quante non ne contenga la vecchia rete, analogica. Questo significa che dove prima passava solo la vostra voce, dove poi è passato il vostro fax (spesso tremolante), fra non molto passeranno quantità enormi di dati, la possibilità di mettere in comunicazione i computers, la voce, le immagini ad alta definizione, i fax nitidi e colorati, e tutto il mondo dell’interattività. Questa rivoluzione tecnica, già avvenuta ed in via di installazione, trascina con sé una rivoluzione del mercato.

Il concetto della convergenza è fondamentale. Qui basterà osservare che fino ad oggi noi dobbiamo utilizzare reti diverse per trasmettere diversi tipi di informazione : ci sono reti televisive, reti di telecomunicazione, reti telegrafiche, reti per la trasmissione dati, cui potremmo aggiungere le reti postali e quelle di certi trasporti. Domani tutto questo viaggerà sulla medesima rete, che si comporrà di tutti i sistemi trasmissivi (cavo, satellite, onde elettromagnetiche) e che sarà più fitta ed efficiente di quelle che oggi utilizziamo.

Basterà guardare la figura, che accompagna da anni la riflessione sulle telecomunicazioni, per rendersi conto di dove può portare una simile rivoluzione.

Figura

E si tenga presente che l’elenco dei servizi che figura nell’ultima colonna, quella relativa all’anno 2000 è, in realtà, ampliabile ulteriormente, attendendo che la fantasia umana e la vitalità imprenditoriale spingano in questo senso.

I contenuti

Il fatto che la rivoluzione trovi il suo fondamento nell’evoluzione della tecnica non significa che, per prendervi parte, occorra investire al fine di creare una rete propria. Questo, forse, è il più diffuso degli equivoci che la malattia da monopolio ha inoculato.

Il monopolio delle telecomunicazioni si è prodotto in una strenua difesa della propria rete, dando così l’impressione che non esiste operatore della comunicazione dove non esiste il possessore della rete. Non è così che stanno le cose. La rete, dove esiste, deve essere messa a disposizione di tutti coloro che ne fanno richiesta, deve consentire di raggiungere tutti i clienti che sono allacciati alla rete, deve potere allacciare tutti i cittadini che ne fanno richiesta, e deve essere fornita a prezzi che non comportino un innaturale ed ingiusto ostacolo alla libertà di mercato, né che consentano un arricchimento ingiustificato del gestore. Il monopolio italiano ha più volte tentato di negare questi principi, con il risultato che è stato già condannato dai Tribunali, e presto, molto presto, sarà condannato dal mercato.

Per capire quanto sia errata la visione chiusa del monopolista, del resto, è sufficiente la logica. Abbiamo detto che la rete numerizzata è in grado di trasportare quantità enormi di informazioni, e che in essa gradualmente convergeranno settori diversi della comunicazione. A questo punto appare del tutto illogico che si pretenda di costringere i diversi operatori ad avere reti diverse per coprire parti eguali del territorio. Sarebbe come chiedere di avere distinti impianti idraulici, e distinti contratti di fornitura d’acqua, per ogni singolo rubinetto che avete in casa. Le nostre povere città, del resto, sono gia state ed ancora sono martoriate da continui lavori stradali, frutto dell’incapacità di programmare le necessità per le diverse reti, figuratevi cosa potrebbe mai succedere se ciascun operatore della comunicazione dovesse piazzare una propria rete.

No, la rete è unica. Semmai può comporsi di parti che appartengono a gestori diversi, ma rimane unica nel fornire il servizio al cittadino. Se telefono da Roma a Parigi utilizzo una rete unica, ed a me cliente interessa poco che un pezzo sia di Telecom Italia ed un altro di France Telecom, quel che mi interessa è l’unicità della comunicazione. Questo vale anche all’interno di un medesimo paese. E così come vale per me cliente, vale anche per quegli imprenditori che sulla rete venderanno servizi.

E questo dei servizi, appunto, è il grande mercato ancora incompreso. Questa è la ricca miniera in gran parte inesplorata. Tre cifre sono utili a dare un’idea, per quanto vaga e generica, dell’oggetto del quale stiamo parlando. Nel 1994, negli Stati Uniti, il giro d’affari del settore informatico era di 151 mld$; nel settore delle telecomunicazione giungeva a 164 mld$; nel settore dei contenuti, di ciò che sulle reti di comunicazione e trasmissione viene veicolato, si piazza a 225 mld$.

Ed è proprio il settore dei contenuti quello in cui assisteremo certamente ad un fiorire di iniziative imprenditoriali, quello in cui sarà possibile costruire delle fortune.

In una telefonata fra due persone la società di telecomunicazione offre il sistema di trasmissione, mentre il contenuto è interamente delegato ai due conversanti. Quello di cui stiamo parlando, invece, è un contenuto che già si trova sulla rete, che la arricchisce ed attira su di essa sempre nuovi clienti. Ed è proprio questo il motivo per cui l’apertura delle reti a chiunque voglia fornire dei servizi, dei contenuti, non è un’operazione di beneficenza, ma una scelta che porta ricchezza anche al gestore della rete.

Magari in molti staranno pensando ai servizi erotici. Ebbene sì, quello è un esempio di servizio offerto in rete, ed è un esempio che ha arricchito non pochi operatori privati. Ma si tratta di un servizio ancora rudimentale, e non certo per colpa delle pur fantasiose operatrici. E’ rudimentale perché è in gran parte preregistrato, oltre ad essere ossessivamente monotematico. Ma al di là della malinconia suggerita dal fatto che dobbiamo proprio vivere in un mondo di solitudine se si giunge a pagare (e molto) per potere parlare con una fanciulla od un fanciullo, o, addirittura, per potere solo ascoltare, rimane il fatto che si tratta pur sempre di un esempio pertinente.

Ora si provi ad immaginare un servizio diverso, mettiamo, per esempio, dei servizi dedicati agli amanti dei cani. In questo caso non solo si potranno trovare in rete tutte le informazioni che si ritengono utili, non solo si potranno trovare i contatti necessari per risolvere alcuni problemi pratici (pensioni per cani, certi veterinari, o, per rimanere al tema sopra richiamato, gli appuntamenti durante i periodi di calore), ma ci si potrà presto sentirmi parte di una comunità comunicativa (virtuale, direbbero alcuni) in cui ci si potrà incontrare con persone che condividono una determinata passione. Dov’è lo scopo di lucro? Accidenti, è evidente : intanto la consultazione di una banca dati potrebbe essere a pagamento, il che arricchirebbe il banchiere in questione, ma, poi, in quella comunità si troverebbe proprio un interessantissimo settore di mercato per tutti i produttori di cibo per cani, oggetti per cani, antipulci ed altri farmaci per cani, albergatori che offrono posti per cani e così via elencando. Il giro d’affari di questo settore è enorme, e mentre la pubblicità che vediamo in televisione si indirizza per forza a tutti, anche a chi odia i cani e, pertanto, nei confronti di queste persone realizza un investimento sbagliato, nel caso della nostra comunità comunicativa il prodotto viene pubblicizzato a colpo sicuro, il che aumenta il prezzo cui lo spazio può essere venduto. Inoltre la pubblicità stessa sarà più raffinata e precisa, non potendosi limitare ad evocare una suggestione, ma dovendosi spingere ad una più precisa descrizione delle qualità del prodotto : stiamo parlando, infatti, con gente che se ne intende.

I produttori

E fin qui ci siamo limitati a parlare di prodotti che si possono offrire a tutti i clienti che si affacciano sulla rete, ma dobbiamo essere capaci di guardare oltre, di guardare ai prodotti che si possono offrire ai produttori, a prodotti che si qualifichino per la loro capacità di accompagnare lo sviluppo di un mercato.

L’esperienza di molte persone che tentano in tutti i modi di non mancare a nessun adempimento fiscale, e che si scontrano con un fisco complesso ed oscuro ancor prima che vessatorio, dice che lo studio di commercialisti che aprisse uno sportello in rete, che fosse capace di vendere servizi, informazioni e consigli in tempo reale, compreso l’invio di modelli o correzioni di contratti e fatture, si sarebbe anche candidato a sicura ricchezza.

E questo vale per molte altre categorie di professionisti, ivi compresi i medici. E non è un caso che alcune compagnie di assicurazione già oggi offrono la possibilità di consultare in rete dei medici. Ma, fin qui, queste consultazioni sono ancora rudimentali. Restando all’esempio dei medici, sono rudimentali perché si tratta di consigli dati sulla base delle descrizioni sintomatologiche fatte dal potenziale paziente, ma di queste descrizioni non ci si può fidare ad occhi chiusi giacché possono essere radicalmente sbagliate. Ebbene, noi disponiamo già dei mezzi che consentirebbero una diagnosi più precisa, fatta a cura del medico e non del paziente. Disponiamo già, ad esempio, degli strumenti per tenere sotto continuo monitoraggio i pazienti cardiopatici, consentendo loro di starsene comodamente a casa e consentendo loro (o alla loro assicurazione, o al loro istituto di previdenza) di risparmiare gli onerosissimi costi di un ricovero per accertamenti.

E non continuiamo nell’elenco solo perché deve essere chiaro che tale elenco può allungarsi a dismisura, solo che ciascuno, avendo presenti le caratteristiche della propria professione e delle proprie conoscenze, impari a tradurne l’utilizzo anche in una comunità della comunicazione.

Fin qui siamo ancora ai servizi di tipo professionale, ma in rete si possono risolvere anche i problemi di intere categorie produttive. I problemi del controllo e del monitoraggio per una società di trasporti. Si possono ridurre drasticamente i costi di comunicazione per società che abbiano molte sedi distaccate e che abbiano bisogno di tenerle in costante contatto. Così come, nel commercio, si può sapere sempre e subito dove una determinata mercanzia è immediatamente disponibile. E tutto questo è ricchezza, sia in termini di maggiore fatturato, sia in termini di minori costi di gestione.

Uno degli anelli che congiungono l’oggi al domani, sono i Gruppi Chiusi di Utenti, all’interno dei quali tutti i servizi sono già liberalizzati e per i quali non si deve attendere nessuna data, nessuna scadenza, nessuna promessa. E’ certamente indicativo il fatto che nonostante siano assolutamente leciti ed assolutamente possibili, siano anche, al tempo stesso, assai poco utilizzati. Ciò dimostra che la cultura del monopolio ha impoverito le conoscenze dei nostri operatori economici, i quali faticano a rendersi conto di quale enorme ricchezza stanno trascurando.

E’ per questo che si può ben sostenere che dai ritardi relativi all’applicazione, reale ed effettiva, delle Direttive europee, magari dovuti all’idea di salvaguardare questo o quell’operatore o fornitore nazionale, invece, nella realtà, derivano danni enormi al nostro sistema economico. Danni che sarà difficile riassorbire, dato che i concorrenti che vivono in ambienti competitivi non stanno certo ad aspettare, ma ogni giorno aumentano il distacco che li divide da chi è rimasto indietro.

Ci sono ritardi enormi del legislatore, ci sono resistenze dure a morire del monopolista, ma questa è solo una delle facce della medaglia, sull’altra è inciso il ritardo del nostro mondo imprenditoriale. E cercare di capire se sia il ritardo legislativo, o le resistenze monopolistiche a creare il ritardo culturale degli imprenditori, o se sia questo ritardo a consentire al legislatore di sonnecchiare ed al monopolista di vivere alla grande su profitti eccessivi e dannosi, beh, è un po’ come interrogarsi sull’uovo e la gallina. Platone direbbe che prima dell’uovo e prima della gallina, c’è l’idea di uovo e l’idea di gallina. Noi, più terra terra, suggeriamo che prima del nostro processo di liberalizzazione interno, c’è la struttura normativa e regolamentare fissata in sede europea. Basterà adeguarsi, e farlo in fretta.

Considerazioni conclusive

Intanto, però, quel benedetto 1 gennaio 1998 è terribilmente vicino, ed il consumatore italiano, oltre a pagare la debita tassa, vorrebbe anche trarne quale vantaggio. Ed è proprio in relazione a questo che i ritardi accumulati fanno sentire tutto il loro peso negativo.

Facciamo un esempio. Le tariffe per le comunicazioni internazionali sono, oggi, nel mondo, largamente inferiori a quelle che vengono fatte pagare al consumatore italiano. Tali tariffe sono differenziate a seconda della loro destinazione : verso il nord America il risparmio è massimo, verso la Somalia è minimo. Se creiamo un paniere immaginario, nel quale mettiamo tutte le destinazioni, possiamo dire che lo sconto medio per un cliente affari parte dal 40%. Vale a dire che il nostro sistema produttivo potrebbe pagare le comunicazioni internazionali almeno il 40% in meno. Almeno.

Sul mercato mondiale molti operatori di telecomunicazioni già offrono queste possibilità. Ma, ed è questo il punto, per giungere alla connessione con queste reti internazionali si deve passare per la rete locale, ed il pedaggio che il monopolista fa pagare è salato, con il risultato di rendere meno attraente l’operazione. Questo dal punto di vista del cliente.

Dal punto di vista del fornitore che si pone in concorrenza con il monopolista, poi, si giunge all’assurdo : per potere fare concorrenza sulle tratte internazionali deve pagare al concorrente un costoso pedaggio nel mercato interno. E con questo assurdo si misura il guasto relativo ai ritardi della liberalizzazione.

Non basta. Quando il monopolista offre un servizio scontato (ma meno di quel che potrebbe) all’utenza affari, pratica anche uno sconto nell’uso della rete nazionale. Egli può farlo, visto che ne è il proprietario ed il gestore. Ma questo cos’è, se non abuso di posizione dominante?

Ancora. Nel mercato italiano si è sperimentata una prima occasione di concorrenza, nel settore della telefonia cellulare GSM. Tale esperienza merita, da sola, una dettagliata ricostruzione ed analisi, ma non è questa la sede. Qui interessa solo ricordare che i due concorrenti si sono più volte affrontati, anziché solo nel mercato, anche nelle aule dei Tribunali. Cos’è, questa patologia tribunalizia, se non la dimostrazione che manca, in Italia, un regolatore, un arbitro, indipendente ed affidabile? E, si badi bene, l’esistenza di un organo di questo tipo è proprio uno dei cardini attorno ai quali ruota l’intera costruzione normativa di tipo comunitario.

Si dirà : il Parlamento sta provvedendo. Bene, diciamo noi, evviva, ma sono almeno otto anni che sta provvedendo. Che provveda.

Intanto, però, cresce a dismisura la contraddizione italiana : se si vuole avere un mercato aperto alla concorrenza, si dovrebbe anche limitare la continua espansione del monopolista; ma, al tempo stesso, fino ad ora, e fatta eccezione per la telefonia GSM, la crescita del monopolista è la sola crescita italiana del mercato delle comunicazioni.

Come si vede, fino a quando non ci decideremo ad entrare, in modo coerente e totale, in un ambiente esclusivamente competitivo, il gatto continuerà a mordersi la coda.

A tal proposito, infine, si prenda il settore della convergenza. L’Italia ha avuto, per anni, un netto vantaggio sugli altri paesi dell’Unione : aveva un mercato televisivo moderno e sviluppato. La cosa destava qualche preoccupazione negli altri componenti l’Unione, che vedevano nell’Italia il laboratorio di una concorrenza agguerrita e, pertanto, minacciosa. Gli italiani, dal canto loro, hanno fatto di tutto per strozzare quel mercato, e possono essere sicuri di avere ottenuto qualche considerevole risultato.

Oggi, paradossalmente, nel momento in cui ci si affaccia sul nuovo mercato della televisione numerica, gli italiani sembrano impegnati nel tentativo di ritardarne il più possibile l’avvento. Cosa otterremo? Otterremo che chi ieri era indietro ci passerà avanti, ed i mercati nazionali nei quali ieri cercavamo di sbarcare oggi approntano le scialuppe con cui navigare i nostri mari.

Come molti della mia generazione, amo i lavori di Nanni Moretti. Ma non al punto di condividere quell’indimenticabile : “continuiamo così, facciamoci del male”.

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