Economia

L’urna operaia

Hanno fatto girare la notizia che Sergio Marchionne sarebbe arrabbiato, per il risultato del referendum fra i lavoratori di Pomigliano d’Arco. Non ci credo, perché ha vinto. Anzi: ha fatto cappotto. La superficialità di certe analisi si deve alla visione italocentrica, del tutto inadatta a leggere le cose del mercato globale, una visione che impedisce di vedere il gioco doppio condotto da Fiat: agli operai italiani, in questo caso di Pomigliano, come alle autorità politiche e alle rappresentanze sindacali, si mostra che i soldi per gli investimenti potrebbero andare in Polonia, ma agli operai, alla politica e al sindacato polacchi si fa vedere che potrebbero restare in Italia. E’ vero che lo stabilimento polacco è quello a più alta produttività, ma se questo esaurisse la riflessione non si capirebbe perché Fiat ha preso in considerazione l’ipotesi di riportare sul suolo natio una parte della produzione. Solo patriottismo? Improbabile, nell’era della globalizzazione, semmai la risposta al fatto che anche i polacchi cominciavano ad avere qualche pretesa di troppo.

Prima di continuare, illustrando gli altri aspetti del trionfo politico di Marchionne, sgomberiamo il campo da un possibile equivoco: i sindacati nostrani non hanno attenuanti, se non quella di non rappresentare i lavoratori, ma se stessi. Non verso una sola lacrima sulla condizione in cui si trovano, perché meriterebbero di peggio. Ma ciò non toglie che i lavoratori non solo hanno diritto ad una rappresentanza, ma in un mercato sano i diritti e le pretese del fattore lavoro devono avere libera cittadinanza.

Torniamo al referendum. Il 62% dei consensi all’accordo è effettivamente meno di quel che ci si aspettava, tanto più che l’alta percentuale di partecipanti aveva fatto immaginare il plebiscito. Ma che differenza c’è fra il 51 e il 99%? Nessuna, se si tratta di ratificare un accordo, ma tanta, tantissima, se si tratta di far buone norme non scritte, modificazioni di diritti pregressi. Cosa succede, infatti, se i lavoratori che hanno votato “no” disconoscono il valore dell’accordo? Si può imporlo loro? E’ assai dubbio, ed è questo il motivo per cui, prima del referendum, scrivevamo che era da incoscienti credere che si potesse fare di Pomigliano una specie di zona extraterritoriale, senza mettere nel conto che quel tipo d’accordo si sarebbe dovuto riprodurre (nei suoi principi, non nelle specifiche turnazioni) anche per gli altri stabilimenti della medesima società, così come per le altre industrie. Solo una politica e un sindacato miopi potevano credere che tutto si limitasse ad una sola unità produttiva. E solo politica e sindacati in fuga potevano pensare di delegare la decisione a quegli operai. E’ un po’ come domandare loro: siete favorevoli o contrari alle conseguenze della globalizzazione? E che ti rispondo a fare?

Invece, sono caduti nella trappola. Sia quelli che si sono opposti, e che già da subito hanno annunciato d’essere pronti a trattare ancora. Come dire: dicevamo per finta, non prendeteci sul serio. Sia quelli che hanno firmato l’accordo, puntando sul desiderio dei lavoratori di conservare il loro reddito. Agli uni e agli altri, adesso, la Fiat chiede di più, anche grazie a quel 62%, che se fosse stato un 58 sarebbe andato anche meglio. Fa tenerezza Pier Luigi Bersani, che invita la Fiat a fare gli investimenti a Pomigliano, vale a dire a vincere la partita e considerare definitivo e intoccabile il risultato referendario. Anzi, il buon Bersani promette che nei prossimi mesi si troverà modo per “comprendersi meglio”. Casa vuole portare, le scuse di chi s’è espresso negativamente? E non meno tenerezza destano i sindacati del “sì”, che ora alzano la voce e intimano alla Fiat di onorare la vittoria, facendosi sfuggire il lato divertente della faccenda. O il governo stesso, che “neanche vuol pensare” all’ipotesi che Fiat porti i soldi altrove.

Fiat, invece, ci pensa. Fa di più: lo dice. Magari lasciando trapelare l’improbabile tristezza di Marchionne, di certo non rinunciando ad un vantaggio negoziale: la partita non è ancora chiusa, italiani da una parte e polacchi dall’altra sono chiamati a rilanciare. Al barbuto di Treviri prenderebbe un coccolone: operai di tutto il mondo, fatevi concorrenza, mentre i padroni spariscono, si trasformano in finanzieri e preferiscono la rendita.

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