Economia

L’urticante Marchionne

Le parole di Sergio Marchionne, circa la miseranda condizione competitiva dell’Italia, possono essere sezionate, valutate, lette alla luce delle tante volte in cui i contribuenti hanno salvato la Fiat, annacquate, temute o occultate, ma hanno una urticante caratteristica: sono vere. Le reazioni della politica sono altezzose o pensose, con il balletto del partito preso già in tutù (Fini già volteggia e gli manca solo il pugno chiuso), ma hanno una cosa in comune: fanno finta di non capire che è in gioco la sorte degli stabilimenti Fiat in Italia. Mica solo Termini Imerese, già avviato alla chiusura, ma direttamente Mirafiori.

A Marchionne si può rispondere che i bilanci della Fiat andrebbero meglio non solo senza l’Italia, ma anche senza tutta quanta la produzione di autovetture in Europa, visto che i conti produttivi sorridono a parlare di trattori, camion e macchine brasiliane. Come si può rispondere che se egli ha trovato un’azienda mal messa, ma grande abbastanza da potere avere un ruolo nel mondo, lo deve al fatto che gli italiani si sono tassati, per decenni, in modo da reggerla in piedi. E non c’entrano i prestiti restituiti, perché quelli sono convissuti con una lunghissima storia di superbolli contro il diesel (quando la Fiat non ne produceva) e rottamazioni. Rispondere in questo modo serve a ripassare la storia, ma è del tutto inutile nel presente.

Per capire il problema mi servirò di un rimprovero mosso, a Marchionne, dai sindacati, secondo cui egli si sarebbe dimenticato di essere a capo di una “multinazionale italiana”. Peccato che le multinazionali sono soggetti che vivono nel mondo globale e parlano l’unica lingua accettata dai mercati: produttività e redditività. Ingiusto, capitalistico, spietato? Non direi, visto che l’alternativa sarebbe il capitalismo nostrano, fatto di sovvenzioni e agevolazioni, ovvero esattamente quello che si pretende di rimproverare a Marchionne. E il cielo ce ne protegga. Essendo questo il quadro, l’osservazione dell’uomo con il maglioncino è pertinente: cari italiani, siete fuori dal mondo. Una constatazione che sottoscrivo.

Salvo il fatto che, proprio partendo da quel presupposto, scrissi di quanto surreale fosse il referendum fatto fra i lavoratori di Pomigliano, dai quali si è preteso esprimessero un’opinione sulle conseguenze della globalizzazione. Come se Pomigliano fosse extraterritoriale, come se quegli accordi potessero rimanere confinanti dentro uno stabilimento. Era così evidente, l’insensatezza di una tale tesi, che poche settimane dopo gli imprenditori metalmeccanici hanno disdetto l’accordo firmato con i sindacati, giusto per non far fare a Marchionne la figura dell’unico in grado di ragionare e far di conto. Da quel referendum si dipartono molti errori, perché da una parte spacca definitivamente il sindacato, cancellando anche il moderatismo di Guglielmo Epifani e consegnando la Cgil alla Fiom, dall’altra cancella la sinistra, che va biascicando sciocchezze sul fatto che si trattava di un referendum aziendale, nel cui merito non si entra per rispetto dei lavoratori (ma va là!), così rinunciando al proprio ruolo politico di sintesi e proposizione.

Anche il governo resta con il cerino in mano, perché il fatto che Marchionne rilanci ad ogni passaggio successivo, qualche volta in modo ricercatamente provocatorio e sempre con un linguaggio ruvido, finisce col togliere forza all’asse costruito con gli altri due sindacati, e segnatamente la Cisl. Se non si hanno elementi per pesare sulle decisioni di Fiat ci si rassegna al fatto che saranno le politiche di Fiat a pesare sull’Italia, quindi sul suo governo. Guai, però, a dimenticare lo scenario complessivo, che spiega molte cose: Marchionne lavora su un orizzonte globale, il nostro dibattito politico si sviluppa come se ce ne potessimo stare fuori dal mondo. Il punto, pertanto, non è stabilire se si parteggia o si osteggiano le parole del manager, ma quali altre si vorrebbero usare per raccontare la storia di un’Italia che esce dall’incubo di una lunga e progressiva perdita di competitività (come documentano le serie storiche e come ha sottolineato lo stesso Silvio Berlusconi, in quel momento impegnato a parlare del costo dell’energia).

Non si tratta, allora, d’imbrigliare l’italo-canadese, né di mandarlo a quel paese (che si chiama mondo), ma di dire a noi stessi che il verbo dei cambiamenti strutturali non può essere coniugato al futuro, che si è già in ritardo se lo si coniuga al presente. Se continuiamo a raccontarci la favola dei diritti acquisiti e della precarietà da eliminare, siamo fregati. Se pensiamo ancora alle fabbriche come produttrici d’occupazione, e non di beni da vendere, le chiuderemo una a una. Se all’impresa chiediamo di risolvere problemi sociali passa in cavalleria il gran ritardo di ricerca, sviluppo e innovazione. Insomma, se non ci decidiamo a tornare sulla terra del presente faremo la fine dei palloncini che prima volano, poi s’ammosciano e infine cadono. Sicché, al netto di tutte le risposte puntute che a Marchionne possono essere date, il fatto che ci sia chi certe cose le dice a brutto muso (e nel salottino bene del politicamente corretto) non è un male.

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