Economia

Melfi o dell’illusione

La protesta di Melfi è terminata, gli operai Fiat tornano al lavoro, avendo conquistato vantaggi economici e d’organizzazione del lavoro, l’azienda è soddisfatta giacché ritiene che il riavvio della produzione giustifichi qualche sacrificio. Tutto bene? A vederli tutti contenti sembrerebbe, ma non è così. Anzi, da Melfi, come da altre vertenze che l’hanno preceduta, s’irradia una pericolosa illusione.

L’illusione è quella che ancora si possa considerare il nostro un mercato chiuso, nel quale gli operai possano chiedere vantaggi salariali che non tengano conto della produttività e della competitività, e l’azienda possa pensare di tirare avanti senza investire massicciamente in ricerca e sviluppo. Un’illusione, appunto.
Basterebbe guardarsi attorno, per rendersene conto. Il nostro è un mercato aperto, nel quale il minor costo del lavoro e la maggiore produttività che si trovano in altri paesi ci rende esportatori di ricchezza ed importatori di consumi, finché la ricchezza dura. Non serve fermarsi al mercato dei veicoli, dove la quota di produzione nazionale è precipitata nelle quattro ruote e boccheggia nelle due, ma si prenda anche il settore agricolo. Una volta la frutta esotica, la possibilità di mangiarne fuori stagione, era un privilegio di pochi, adesso, nei supermercati, ci sono reparti appositi, ed alla portata di tutti. Il costo del trasporto non mette fuori mercato queste merci, segno che il peso dei costi di produzione era assai inferiore a quello raggiunto nelle nostre campagne. Il che, oltretutto, mostra quali sono i nefandi effetti del protezionismo europeo.
Ecco, per quanto tempo si può pensare di restare consumatori di papaia, senza essere produttori di qualcosa che sia appetibile nei paesi produttori di papaia? Se noi vedessimo crescere il mercato estero della Fiat, in un settore, quello dell’auto, dove la ricerca ha fortemente innovato gli equipaggiamenti interni, non ci daremmo pensiero nel mangiar mango e troveremmo giusto che chi partecipa alla produzione partecipi anche ai successi. Ma le cose non stanno così.
Il guaio è che limitando lo sguardo all’interno dei confini nazionali, pensando che la “controparte” sia l’azienda, si finisce con lo smarrire il senso della realtà. Ciò significa che, in nome dei mercati globali, ogni conflittualità ed ogni diritto dei lavoratori debba essere soppresso, ogni richiesta ritenuta irricevibile? No, anzi, il contrario. Proprio perché questo è lo scenario, si avverte la forte necessità che tutti i protagonisti sappiamo ragionare in termini d’interesse generale. Non per generosità, ma per egoistico desiderio di sopravvivere. Il che, ancora, significa poter discutere le scelte aziendali e spingere il capitalismo italiano, sempre più nano, sempre più chiuso, sempre più indebitato, ad investire nel futuro della produzione, e non solo a remunerare i debiti della proprietà.
Il guaio è che ciascuno aspetta che sia l’altro ad iniziare: il sindacato, l’azienda (dovrà pur dire qualche cosa, la nuova Confindustria!), il governo, e forze politiche. Sembra che tutti credano di potere andare avanti così, alimentando un’illusione che non potrà che rivelarsi tale.

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