Economia

MezzoPunto

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Certo che le guerre e il loro riflesso sul prezzo delle materie prime (non solo) energetiche sono un ostacolo alla crescita, ma si eviti di farne degli alibi per la crescita troppo bassa della nostra economia. Nei conti italiani pesano il debito pubblico troppo alto e il suo costo, ma sono anche spinti dai soldi dei fondi europei NgEu, che prendono forma nel Pnrr. Il debito pubblico è un problema antico e sarà permanente se non si trova la strada di una crescita a un ritmo assai più veloce, mentre i fondi europei sono un aiuto temporaneo e in fase di esaurimento. Quindi si abbia la lucidità di dirci le cose come stanno: senza quei fondi saremmo già in recessione.

Il dato più preoccupante è che nel pieno della loro spinta, cioè adesso, noi si cresca di mezzo punto percentuale, riducendo il +0,7% previsto alla fine dello scorso anno in una previsione ferma al +0,5% fatta adesso. Paragonare la nostra crescita a quella della Germania può essere consolante, ma è fuorviante: noi stiamo esaurendo i fondi in deficit, loro stanno appena cominciando a utilizzarli.

La cosa più preoccupante, comunque, non è in sé la crescita troppo bassa ma la reazione che innesca: anziché affrettarsi ad aprire il mercato per renderlo più competitivo si corre a chiedere protezioni che ostacolano la concorrenza, affossando sempre di più la capacità di creare ricchezza. Affrontare questi problemi privilegiando la paura condanna alla sconfitta e all’arretramento. Purtroppo sia la politica che l’informazione puntano sulla paura, considerandola il mercato per loro più promettente, salvo poi restarne prigionieri e non essere capaci di fare quel che si deve per uscire dalle sabbie mobili.

Le nostre esportazioni, ad esempio, sono cresciute in un anno (il 2025) tempestato da guerre e ostilità americane a base di dazi. È un punto di forza, ma non un dono del cielo cui si ha diritto. L’Italia che cresce ha tutto l’interesse di stare al vento dell’Unione Europea che già produsse l’efficace accordo per il libero scambio con il Canada (il Ceta, che noi non abbiamo ancora ratificato perché si fanno le campagne elettorali alimentando la paura anziché l’orgoglio della concorrenza); che da maggio rende operativo un analogo accordo (il Mercosur) con i più importanti Paesi sudamericani; che ha firmato un accordo con l’Australia e sta negoziando la fluidificazione degli scambi con l’India. Ma dei successi e dei progressi non si parla, perché il mercato del consenso si alimenta della rabbia che si produce con la paura. E si resta inchiodati.

Certo che le guerre hanno fatto crescere il costo dell’energia, ma da noi assai più che in Spagna o in Francia e più della stessa Germania. Perché altrove si usa il nucleare e il rinnovabile, mentre da noi non solo ci si perde in chiacchiere oziose ma si pretende pure di non fare le gare per l’idroelettrico, così proteggendo ricchissime rendite di posizione. E a pagare sono i consumatori e il sistema produttivo. In compenso s’è trovata la formuletta magica degli Ets, che neanche ci si prende la pena di spiegare che non sono una tassa ma un incentivo, rispondono a una logica di mercato per sfuggire alla decarbonizzazione statalizzata e si fa credere il falso, ovvero che da quelli dipendano le nostre bollette e pompe troppo care. Ma hanno un pregio, per i mercanti di paura: non dipendono soltanto da noi, quindi si può dare la colpa agli altri e alla malefica Ue, che invece è il solo nume tutelare dell’Italia produttiva.

Il Pnrr avrebbe funzionato se fosse stato: investimenti più riforme. Qui lo abbiamo vissuto come se fosse: incassi più spesa. Mentre delle necessarie riforme non si vede l’ombra e il risultato è paradossale: ancora non si fanno le gare manco per una minuzia come i balneari, i quali protestano perché forse si faranno nel 2027.

Cresciamo di mezzo punto perché ci nutriamo di rabbia e paura, in un piagnisteo in cerca di padrini politici contro cui poi ci si rivolterà. Fosse colpa di una parte basterebbe batterla, ma è sbagliata l’idea che non sia una responsabilità collettiva.

Davide Giacalone, La Ragione 27 marzo 2026

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