Economia

Muro del pianto

Agli italiani interessa l’economia, non i giochini politici, tanto più che il Fondo Monetario Internazionale ci ricorda che siamo caduti più di altri, riprendendoci meno dei concorrenti, e l’Ocse ci tasta il polso e lo trova assai fiacco. Interessano le riforme utili a far correre produzioni e redditi, non quelle per sistemare i conti fra politici rissosi e inconcludenti. Questa prevalenza dell’economia sugli apparati istituzionali, della tasca sulla politica, è sostenuta da molti, ma è un luogo comune. Orecchiabile al punto da fiorire anche sulla bocca dei comizianti, poco attenti alle loro personali responsabilità. In zone più altolocate si usa un linguaggio più forbito, facendo osservare che la Germania sta correndo e che noi si dovrebbe prendere esempio. Osservazione pertinente, sebbene non abbia torto il ministro dell’economia a considerarla un po’ infantile. Se avessimo una classe dirigente, quindi anche ragionatori e commentatori che non somiglino a propagandisti, saprebbe spiegare l’indissolubile nesso che c’è fra il non governo e la non crescita. Poi, naturalmente, le ricette possono essere diverse, ma la realtà è una sola.
Se si guarda il grafico che descrive l’andamento della produttività, ovvero del prodotto interno lordo per ora lavorata, vengono i brividi: Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti sono cresciuti, negli ultimi venti anni, in modo sostanzialmente omogeneo, mentre l’Italia fa eccezione, perché da quindici anni perde velocità, rispetto agli altri.
Se si sbircia fra le cause di questo pericoloso e costoso scivolamento si trova di tutto, un vero campionario dei mali nazionali: dalle relazioni sindacali condotte senza alcun accertamento della rappresentatività agli scarsi investimenti nell’innovazione, da un sistema fiscale che penalizza chi cresce a un sistema fallimentare che non provvede a far pulizia degli incapaci o dei fuori mercato, dalla burocrazia forsennatamente prevaricante alle irregolarità espanse di un mondo che non cambia le regole perché provvede direttamente a violarle. A seconda di chi parla, di quali interessi rappresenta, l’elenco dei mali viene declinato con apposite dimenticanze. Ciascuno tende a denunciare i guasti altrui e assolvere, quando non coltivare, i propri.
Tutte queste miserie, messe una sull’altra, costruiscono il muro del pianto italiano. La politica, quella che ci troviamo a vivere, ne è espressione fedele, riproducendone la pochezza morale e l’assenza di visione d’insieme. Detta in modo brutale: lo sconcio dei profittatori senza idee non è il tradimento di un Paese straordinariamente onesto e lungimirante, ma il suo fin troppo realistico ritratto.
Siccome dobbiamo uscirne, chiudendo quella forbice di produttività che, così procedendo, ci taglia prima il portafogli e poi la gola, dobbiamo ridefinire la cornice istituzionale, piantandola di premiare i vizi e umiliare le virtù. Questo è il banco di prova per la classe dirigente, questo il terreno su cui i fallimenti si misurano in degradazioni civili, come i successi in balzi in avanti. A tal proposito, sarà pure infantile però, accidenti, il governo tedesco ha potuto decidere di allungare la vita delle proprie centrali nucleari, avendone 17 e producendo il 32% dell’energia da questa fonte. Anche lì i verdi protestano, ma la decisione è presa e si va avanti. Da noi il nucleare è roba da convegni, impantanato come l’autostrada tirrenica e mille altre opere, fra viltà politica, egoismo campanilistico, incasinamento amministrativo e propaganda beota. I tedeschi non hanno un trucco segreto e non conoscibile, hanno solo un governo con dei poteri, autorità con responsabilità e personale politico che se perde una partita elettorale toglie il disturbo, anziché recriminare all’infinito e impedire agli altri di governare.

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