Economia

Non conta lo zerovirgola

I dati dell’Istat parlano chiaro: anche nel mese di marzo i salari sono aumentati del 3,5%, contro un’inflazione ferma all’1.9. Il saldo è positivo, vale a dire che i salariati sono mediamente più ricchi. I sindacati sostengono che i dati Istat sono taroccati, ma sbagliano, perché non è questo il problema.

Ad esempio: a. la ricchezza delle famiglie è, negli ultimi anni, aumentata e non diminuita; b. le pensioni italiane sono fra le più alte nel mondo, prendendo a base l’ultimo stipendio dell’età lavorativa; c. la disoccupazione è diminuita. Eppure, se si vanno a leggere i sondaggi sull’umore degli italiani, su quali sono le loro principali preoccupazioni, in cima a tutto si trova il timore per l’occupazione e l’incertezza economica per il futuro. Questo è il problema, non la disputa contabile su qualche zerovirgola in più od in meno.

Cosa c’è di più oggettivo e scientifico della temperatura? Se il termometro segna tre gradi sotto zero, vuol dire che fa freddo, se segna trentotto, vuol dire che fa caldo. Ma anche in quel campo si è passati a parlare di “temperatura percepita”, mettendo assieme il termometro, l’igrometro e l’ambiente circostante. Ecco, la “temperatura economica percepita”, in Europa, è negativa. C’è un umore negativo che non può essere provocato solo dalla propaganda di questo o di quello (semmai è la propaganda si accoda all’umore, e non viceversa).

Da una parte si percepisce la globalizzazione più come un danno che come un’opportunità. Esempio: in tantissimi comperano i prodotti tessili cinesi, risparmiando e, quindi, conservando più denaro per altri scopi, ma gli stessi temono che la concorrenza cinese finisca con l’impoverire l’Italia. Invece la globalizzazione deve essere letta come un’opportunità per i consumatori (merci nuove a prezzi più bassi), ma anche per i produttori (nuovi mercati per merci sempre migliori). Naturalmente la globalizzazione fa cadere l’illusione che si possano proteggere i propri difetti, le proprie insufficienze, le proprie incapacità. Era così anche prima, ed abbiamo accumulato un enorme debito pubblico nel tentativo di opporci all’evidenza. Il fatto che, oggi, si debba cambiare condotta dovrebbe indurre all’ottimismo, non al pessimismo.

Poi ci sono i guasti nazionali. Un esempio: il patrimonio delle famiglie cresce perché cresce il valore degli immobili posseduti, ma che ci faccio con quel valore se il mio patrimonio è di scarso interesse per il sistema creditizio, se il sistema fiscale penalizza i passaggi di proprietà? Le incrostazioni, il corporativismo e le chiusure che inchiodano il mercato economico italiano si riflettono in sensazione di impotenza e povertà. Di questo occorrerebbe occuparsi, anziché difenderne la genuina italianità.

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