Economia

Patrimoniale nel motore

La tassa sulle auto di più grossa cilindrata, definizione che ne comprende tante in uso alla gente normale, mica agli sceicchi e agli esibizionisti, è una patrimoniale. L’hanno accantonata, poi rimessa, ed è questo quel che rileva: una patrimoniale era entrata nel conto. Oltre tutto aggiuntiva, visto che acquistando quel bene e sostenendone i costi annui, il proprietario già paga in ragione del maggiore patrimonio, sborsando assai più di chi, magari enormemente più ricco, aveva preferito acquistare un’utilitaria. L’idea, poi, di far credere che le cilindrate più alte coincidano sempre con fuoristrada e suv, con ciò stesso chiamando ad un moralismo egualitario che starebbe bene in bocca a qualche rudere del comunismo, ma stona alquanto per un governo che si dice “liberale”, è di quelle che mette in luce più la disperazione che non la faccia tosta. Ma non è di questo che m’interessa parlare, bensì di ciò che sembra proibito anche solo nominare, salvo poi, come s’è visto, fraudolentemente ci s’avvia a praticare: la patrimoniale.

Per inquadrare il tema è bene chiarire i numeri: tutto il can can si agita attorno ad una manovra il cui valore complessivo, in tre anni, si aggira sui 47 miliardi, mentre, nello stesso arco di tempo, ne spenderemo più di 100 per pagare la differenza del tasso d’interesse rispetto a quello che pagano i tedeschi, sempre sul debito pubblico. Se tale differenza tendesse allo zero noi tenderemmo a risparmiare una cifra pari a più del doppio della manovra di cui si discute. Ma tende in senso opposto, per giunta in un momento in cui si mette in conto il rialzo dei tassi d’interesse (bassi da molto tempo). Tale tendenza può essere corretta dimostrando che, nel mentre il deficit pubblico viene costantemente compresso, anche il debito diminuisce.

Potremmo, allora, provare a dividere il problema in due, in modo da svolgere più comodamente il ragionamento: da una parte c’è il deficit, che deve essere azzerato entro il 2014, per ottenere la qual cosa sono necessarie riforme che riqualifichino la spesa, taglino gli sprechi e liberino risorse per investimenti, quindi per rilanciare la crescita del prodotto interno (la crescita è il nostro primo problema); dall’altra c’è il debito, che non può essere ridotto usando i soldi dei tagli, e meno ancora di nuove tasse, perché in quel modo moriamo asfissiati, eppure la sua non riduzione ci costa troppo. La divisione è artificiosa, lo so bene, ma la uso per venire alla patrimoniale: quando si dice che il debito complessivo dell’Italia, sommando pubblico e privato, è in linea con quello degli altri europei, inferiore a quello dei francesi, si dice, nei fatti, che il patrimonio dei privati va messo nel conto. Qui la politica scappa e nessuno ha il coraggio di dirlo. E fa bene, a spaventarsi, perché probabilmente verrebbe presa a bersaglio d’improperi. Serve a nulla, però, lanciare anatemi. Il punto è: quale patrimoniale e come.

Quella sulle macchine è una patrimoniale. Odiosa e stupida, che genera un gettito ridicolo. Quindi è solo propaganda, per giunta fatta male. Nel dicembre scorso ne parlò Giuliano Amato, in questi termini: per dimezzare il debito servirebbe tassare i contribuenti per 10.000 euro a testa, siccome sarebbe ingiusto facciamone pagare 30.000 al terzo più ricco. Sbagliato, scrissi subito: a. perché quel terzo non è il più ricco, ma solo il più onesto; b. perché lo scaglione di reddito che potrebbe permettersi di perdere quella cifra è di molto inferiore ad un terzo. I calcoli di Amato erano errati. Il centro destra rispose che mai e poi mai loro avrebbero ceduto ad una patrimoniale, e s’è visto. Il problema, quindi, resta. Ho una proposta.

Fin qui Giulio Tremonti s’è guadagnato la fama di gran rigorista tenendo ferme le cose italiane. Il risultato c’è, e gliene va reso atto. Ma non potrà tenere fermo il mondo e se ci declassano il debito e/o crescono i tassi noi ci rimettiamo non uno, ma due occhi. A quel punto il governo, qualsiasi governo, varerà la patrimoniale della disperazione. Muoviamoci prima: offriamo ai contribuenti la possibilità di anticipare le tasse future, dando in cambio uno sconto sugli anni a venire, e usiamo quel gettito anticipato per ridurre il debito, quindi il suo onere. Se presentata in maniera convincente questa operazione può valere assai di più di quella ieri avviata, con il virtuoso beneficio che ai contribuenti si chiederebbe, ma anche si offrirebbe qualche cosa di concreto in cambio. E’ vero che il gettito futuro diminuirebbe, ma anche la spesa per il debito, che ha dimensioni di gran lunga superiori a quelle di manovrine e manovrone.

Tale proposta ha un difetto: occorre che a presentarla sia una politica credibile, che parli il linguaggio della verità, che sappia valorizzare la straordinaria ricchezza italiana e non anneghi nelle non meno vaste miserie del corporativismo e del politicismo senza costrutto. Sicché ho un’idea alternativa: tassiamo le castronerie e le tifoserie dissennate. Così diventiamo ricchi.

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