Economia

Più privato, meno mercato

Più privato, meno mercato

In Italia si sono privatizzati settori importanti del mercato, cioè si sono vendute quelle aziende che erano prossedute e governate dallo Stato, ma non si è ottenuto un grado accettabile di concorrenza. Senza concorrenza non ci sono stati benefici economici per i consumatori. Questa la denuncia del presidente dell’Autorità antitrust, Tesauro.

Ecco, con tutto il dovuto rispetto, noi questo lo avevamo previsto, e scritto, quando le privatizzazioni erano in corso, benché, per questo, siamo stati condannati all’oscuramento ed al dileggio dei nuovi, presunti e trinariciuti liberisti.

Tenere alte le tariffe dei servizi, mettiamo, per esempio, quelle telefoniche, serve a dare maggiori risorse economiche a società che le reinvestano in innovazione tecnologica o per espandersi all’estero. Tenere artificialmente alte le tariffe, bloccando la concorrenza, quindi, è lo strumento che si può utilizzare quando l’azienda è governata non secondo la logica del profitto, ma secondo quella dello sviluppo. Diciamo che questa era la ricetta dell’industria di Stato. Con un imponente risvolto negativo: nel tempo s’appannava la missione iniziale e, potendo sfuggire alla logica del profitto, si accumulano inefficienze e sprechi, con il che le tariffe restano elevate senza benefici al sistema produttivo.

Se si è in quella condizione non si risolvono i problemi privatizzando le aziende, ma aprendo il mercato alla concorrenza, liberalizzando. O, meglio, prima si fa la seconda cosa, ed appresso l’altra. Se, invece, si fa come si fece alla metà degli anni novanta, si finisce con il consegnare ai privati quei margini di guadagno artificiale che si assumeva lo Stato non sapesse più sfruttare. Ed è la nostra storia recente, ed è la storia di Telecom Italia: depredata l’azienda, depredati i cittadini.

E’ il caso dell’energia elettrica: continuiamo a pagarla più di tutti gli altri, ma questi sovraprofitti non divengono investimenti per nuova produzione. Così com’è il caso, diverso, dell’RC auto, dove, nel corso del 2003, gli utili sono aumentati del 386 per cento (qui è lo Stato che obbliga il cittadino a stipulare una polizza, ma poi, lo stesso Stato, non è in grado di abbattere i cartelli oligopolistici che traggono profitti da quell’obbligo).

Sarebbe necessario, a questo punto, per dare un senso alla denuncia di Tesauro, spalancare le porte alla concorrenza. Ma non se ne parla nemmeno. Ora una politica di quel tipo verrebbe letta come un attacco ai privati che s’indebitarono per comperare gli ex monopoli, come un colpo portato ad una classe che si definisce di nuovi imprenditori ma che, in realtà, è solo una congrega d’emettitori di bollette. Una prova? eccola: le direttive europee prevedono, consentono e promuovono la nascita di operatori virtuali nella telefonia mobile; ma l’Italia fa finta di niente e sono proprio i gestori di telefonia mobile che rilasciano dichiarazioni contro quelli virtuali (già presenti in altri Paesi UE). Come dire che i giocatori fanno conferenze stampa sul perché hanno deciso di assegnarsi un rigore contro gli avversari.

In un Paese normale si prenderebbero provvedimenti. Il governo dovrebbe ricordarsi d’essere tale; il Parlamento dovrebbe accorgersi che le leggi si fanno nell’emiciclo, non presso le lobbies protezionistiche; e Tesauro avrebbe un caso sicuro per argomentare nel senso delle sue tesi. Invece niente, zitti e mosca. Zitta pure la stampa, irrigata dai soldi che i bollettari spendono in pubblicità. Zitti i giornalisti, periodicamente in gita premio per delle improbabili convention.

Ecco, che almeno tale dottrina la si segua fino in fondo: zitti, ma zitti per davvero. Perché la lezioncina di liberismo trinariciuto, una volta ogni sei mesi, almeno, ce la potrebbero risparmiare.

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