Economia

Presi alla lettera

Siamo stati presi alla lettera. Le cose che qui sosteniamo da tanto tempo le abbiamo ritrovate su carta intestata della Banca Centrale Europea, il che segnala quanto siano evidenti. Perfino ovvie. Cerchiamo di renderci ulteriormente utili chiarendo il perché non vengono fatte: il governo manca di lucidità,  determinazione e coraggio, mentre l’opposizione e le parti sociali sono contrarie. Di più: solleticando i più ottusi istinti si sono portati anche i cittadini ad essere contrari, sicché non vale nemmeno la scusa della “casta” (oramai mi viene l’orticaria, al solo uso di tale vocabolo), perché cittadini e politici intenti alla conservazione del non conservabile procedono a braccetto.

Cominciamo da quest’ultimo punto. Il governo ha proposto e il Parlamento varato una giusta legge, frutto del recepimento di direttive europee, favorevole alla gestione privata di un bene pubblico, come l’acqua. La sinistra s’è sollevata come un suol uomo, anche se (pochi) uomini della sinistra avvertivano l’errore. E’ stato convocato un referendum e mentre le forze di maggioranza si sono squagliate, mostrando viltà innanzi alle urne, le forze d’opposizione si sono lanciate nella battaglia. Risultato: una valanga di sì all’abrogazione. La lettera della Bce indica la via opposta, quella per cui ci siamo battuti solitari. La sinistra e i tanti demagoghi da strapazzo farebbero bene a leggerla, dopo avervi per giorni alluso, quasi che in quelle pagine si trovassero le loro ragioni. C’è l’esatto contrario.

Discorso analogo per la flessibilità nel mondo del lavoro: il governo ha fatto troppo poco, ma l’opposizione, i sindacati e la Confindustria si oppongono anche a quel poco. La Bce suggerisce “accordi a livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”, assieme a maggiore elasticità di assunzioni e licenziamenti. E’ bastato che il governo accennasse a questo tema che s’è scatenato il putiferio. Dopo di che il governo stesso ha provato a rimpiattare il tentativo, mentre sindacati e Confindustria hanno firmato, con la ola della sinistra, un bel documento in cui ribadiscono il grande valore della contrattazione nazionale. Stanno solo cercando di difendere le loro rendite di posizione, non gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori.

Per non dire delle pensioni. Ad agosto s’udirono urla al cielo per il solo tentativo di cancellare il valore d’anzianità dei contributi figurativi. Un brodino. I ministri si sono prontamente rimangiati tutto, mentre quelli che hanno passato giorni a dire che la Bce bacchettava il governo erano ferocemente contrari. Ma la lettera dice che quella è robetta da poco, serve molto, ma molto di più, compresa la parificazione dell’età pensionabile fra uomini e donne, come noi sosteniamo e come la sinistra aborre, chiamandola “macelleria sociale”. E serve subito, come qui ci siamo sforzati di argomentare. Se bacchetta il governo, quindi, massacra l’opposizione.

Parliamo del pubblico impiego? Sono riusciti a montar su una gazzarra solo perché un ministro ha detto quel che sanno benissimo tutti: ci sono molti uffici nei quali non si lavora. Poi hanno sostenuto gli insegnanti nel mentre pretendevano di non essere sottoposti a valutazione, sebbene per via indiretta, valutando in modo uniforme gli studenti. La lettera dice che si deve controllare sempre e ovunque la produttività dei lavoratori, come suggerisce di non escludere una diminuzione della spesa in conto stipendi. Va a ponente mentre quelli vanno a levante.

Avendone anticipato i contenuti, quindi, ci permettiamo di anticiparne le conseguenze: quel che serve all’Italia non è adottare questa o quella misura, perché quei provvedimenti sono scontati e urgenti, più tempo passa e più saranno duri, ma non saranno mai risolutivi, perché c’è bisogno di mettere mano alla governance, alla capacità di prendere decisioni e farle rispettare. La politica italiana, quando non è turpiloquio, è vaniloquio. Quando non è volgare è inutile. La spesa pubblica è incontrollata, come ci ricordano e come sappiamo, al centro come in periferia, nello Stato come nelle regioni, province e comuni, perché nessuno sa com’è composta: i soldi avanzano dove non servono e mancano dove sono indispensabili. I tagli alla spesa pubblica, in queste condizioni, non sono una condanna, ma un’opportunità. Solo in questo modo si riuscirà a fare riforme serie. Ma si deve cambiare l’architettura costituzionale, altrimenti continueremo ad assistere ad una gara fra inutili e incapaci. Che vinca il peggiore.

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