Economia

Prezzi e federalismo

C’è qualcosa che lega il prezzo delle pesche alla riforma costituzionale che porta al federalismo? Sì, ed è questo uno dei motivi che dovrebbero indurre ad una minore distrazione. I titoli di tutti i giornali annunciano che i supermercati, dopo una trattativa con il ministro Marzano (Attività produttive) hanno accettato di tenere fermi i prezzi fino al prossimo 31 dicembre. La notizia è diversa, direi che quella strillata è falsa.

Intanto si tratta di due gruppi di supermercati, e non di tutti, e, comunque, l’impegno si riferisce solo e soltanto ai prodotti a basso costo e quelli con marchi propri. Si riferisce, quindi, a prodotti che non avrebbero motivo di aumentare.

Se si guarda l’andamento dei prezzi nel corso degli ultimi dodici mesi si scopre che quelli di alcuni, come la benzina, sono schizzati in alto per cause legate ai mercati internazionali, mentre altri, come le bevande alcoliche ed i tabacchi, sono cresciuti a causa del maggiore carico fiscale, e quelli relativi a beni di largo consumo sono cresciuti più dell’inflazione, in assenza di ragioni specifiche. Se si guarda il settore delle comunicazioni (la telefonia), invece, si scopre che i prezzi sono scesi di quasi l’otto per cento. Qual è la grande differenza fra i telefoni ed i prodotti distribuiti nei supermercati? La concorrenza.

Non i decreti del re, ma la concorrenza è la ricetta per far scendere i prezzi. Se si fa, come ha fatto Marzano, un accordo, limitato e parziale, per il contenimento dei prezzi e, al tempo stesso, si promettono maggiori privilegi alla grande distribuzione esistente, quindi tutelandola dalla concorrenza potenziale, si va in direzione opposta a quella che renderebbe meno onerosa la spesa degli italiani.

L’Italgrob, che è l’associazione ove si riuniscono i grossisti di bevande, fa notare che gli aumenti medi, all’origine, sono stati del 2%, mentre quelli pagati dal consumatore finale si aggirano intorno al 5,4%, ed ancora più alti in bar e ristoranti. Cosa significa? Che c’è poca concorrenza nel settore che porta le bevande alla bocca del consumatore finale.

In Francia si è realizzato un accordo fra il governo e la grande distribuzione, in virtù del quale la calmierizzazione dei prezzi (ed in Francia le grandi catene vendono anche la benzina) si accompagna ad una diminuzione di vincoli imposti ai punti vendita. In Italia il ministro Bersani firmò, sei anni fa, un decreto legislativo che trasferiva alle regioni la competenza in materia di liberalizzazioni commerciali (licenze, orari, ecc.). Il risultato è che da qualche parte non si è fatto niente, mentre dove delle decisioni sono state prese si è ulteriormente frammentato in tessuto economico nazionale. Una regione, per quanto grande, non è mai un bacino di consumo sufficientemente vasto da potersi permettere regole proprie, epperò il decreto Bersani costringe le catene distributive nazionali a doversi uniformare a regimi diversi, talora contrastanti.

Questa mania di regolamentare tutto, questo voler stabilire quando, dove e come si affetta la mortadella, si traduce in un aumento di potere degli uffici pubblici, senza che per questo aumentino le garanzie per la clientela (la quale ha solo bisogno che l’affettatrice sia pulita, la mortadella non d’asino, e che sia possibile trovarne anche dopo la chiusura degli uffici). Le regioni hanno conquistato maggiori competenze, ed il mercato distributivo è divenuto meno efficiente. I vincoli disomogenei sono poi un buon motivo, se non un buon alibi, per prezzi che si orientano non ai costi, ma alla capacità di spesa dei clienti. Morale: tutto questo costa troppo.

Che, poi, un modello che non funziona per vendere pesche debba, invece, funzionare per stabilire a quali profondità spingere le radici culturali di questa o quella regione, con un federalismo bislacco che oggi ci consegna una ventina di siatemi elettorali diversi ed altrettanti diversi richiami, o non richiami, alla cristianità, è cosa di cui si potrebbe anche cogliere l’ironia, se non prevalesse una certa preoccupazione.

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