Economia

Produttività e riforme

C’è un filo che lega i dati sulla produzione industriale, drammatici, pubblicati dalla Banca d’Italia e le riforme istituzionali, di cui il mondo politico parla, senza dare la sensazione di avere piena coscienza dell’urgenza. Il ciclone recessivo ci ha portati indietro di 25 anni. Usando il trimestre, come unità di misura, siamo scivolati alla produzione industriale di 100 trimestri fa.

Già si capisce che non è una bella cosa, ma il vero significato si svela usando Francia e Germania come Paesi con cui paragonarsi: hanno perso, loro, solo 12 o 13 trimestri. E non basta, perché le cose si fanno ancora più critiche se si considera che durante la recessione del 1974-1974, dovuta alla crisi petrolifera, arretrammo di 8 trimestri, facendo peggio della Francia (7), ma meglio della Germania (10). Quando la crisi si fece rivedere, nel 1992-1993, perdemmo 23 trimestri, il doppio dei due altri Paesi. Insomma, più passa il tempo più precipitiamo ad una velocità accelerata. Se, però, gli anni volgono al bello, se il mercato tira e l’economia cresce, il nostro avanzare è più lento di quello altrui. Situazione che si trascina da almeno quindici anni.

Il lettore non si spaventi, i numeri sono solo un modo per sintetizzare una situazione complessa. Quelli qui snocciolati raccontano la storia di un Paese che è divenuto troppo rigido e troppo viscoso. C’è poca innovazione industriale, poca riconversione, quindi una continua perdita di produttività. E’ il lato industriale di una medaglia, la cui altra faccia mette in mostra un sistema istituzionale fermo, incapace di governare la complessità e la velocità della globalizzazione.

Ci si consola, in Italia, guardando i dati della disoccupazione: da noi è cresciuta meno che altrove, e si colloca sotto la media europea. E’ vero, ma solo in parte. Anzi, è una fotografia che può trarre in inganno. Gli ammortizzatori sociali hanno funzionato, molti posti di lavoro si sono salvati grazie alla cassa integrazione. Ma si tratta di rimedi che funzionano se destinati a rimediare crisi momentanee, altrimenti non fanno che moltiplicare ed allungare la perdita di produttività. Se ai disoccupati sommiamo quanti hanno smesso di cercare lavoro, e quanti sono in cassa integrazione a zero ore, ecco che raggiungiamo la media europea, facendo crollare la consolazione.

Le riforme istituzionali non sono affatto estranee, a tutto questo, perché, fin qui non fatte, segnano l’incapacità di cambiare e ripartire. Dalla scuola alla giustizia, testimoniano arretratezze strutturali, che zavorrano l’economia. Quel filo, quindi, quel legame fra economia e istituzioni, deve prima di tutto essere riconosciuto, per poi essere annodato ad idee che smuovano la morta gora in cui siamo precipitati. Un governo in grado di governare non è un capriccio, ma una necessità. Un Parlamento che legiferi in modo chiaro e coerente non è un lusso, ma un bisogno primario.

Preoccupa, quindi, che taluni credano siano disponibili i lunghi tempi degli interminabili minuetti.

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