Economia

Riformare per crescere

La settimana che si chiude ha messo in scena uno spettacolo significativo, sul quale è bene che ciascuno rifletta, anche perché si riprodurrà in quella a venire: da una parte il Senato vara la manovra economica, con un’opposizione rituale in Parlamento e inesistente nel Paese, dall’altra lo scontro raggiunge il calor bianco sulle questioni di giustizia, compresa l’accusa di frequentare Flavio Carboni, con cui gli uni andavano a cena e gli altri facevano società. Detto in altre parole: all’Italia reale, che lavora e paga la crisi, si presta un’attenzione superficiale, distratta, mentre l’Italia politica, delle camarille e dei moralisti senza etica, ritiene d’essere l’ombelico del mondo.

Se il governo vuole durare, se una qualsiasi forza politica vuole assicurarsi un futuro, è alla prima che deve dare risposte, perché dalla seconda, come dalle rape, non si cava il sangue. L’approvazione del decreto finanziario, che ora va all’esame della Camera, è un successo per il governo. L’esserci arrivati senza provocare reazioni popolari (ci sono state solo reazioni istituzionali, prima delle regioni, poi dei comuni) è un merito di Giulio Tremonti. Ma non sono solo rose e fiori, perché alla decretazione d’urgenza è seguito il rito tribale del maxi emendamento, con il quale il governo ha corretto se stesso, perché la collegialità governativa ne è uscita indebolita e, soprattutto, perché gli effetti di quelle misure sono ancora tutti da misurare.

Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, ha sostenuto due cose utili, per quanto ovvie (non sembri irriverente): a. l’obiettivo da raggiungere consiste nel non allargare ulteriormente la differenza fra i tassi d’interesse che paghiamo sul debito pubblico, già più alti di quelli tedeschi; b. per ottenere questo risultato si deve controllare la spesa e recuperare l’evasione fiscale, ma si deve anche imboccare la via della crescita, il che non sarà possibile senza riforme strutturali. Di queste ultime, che servono a rendere elastico e competitivo il nostro mercato produttivo, si sono perse, o, quanto meno, sbiadite le tracce.

Continuiamo a ripetere, con ragione, che la disoccupazione italiana è inferiore alla media europea. Ciò non è certo un male, ma dipende più dalla rigidità che non dalla mobilità del nostro mercato del lavoro. Le categorie garantite (lavoratori con contratto a tempo indeterminato e pieno) hanno fortificato le difese, ma gli altri hanno perso molto. Se la cassa integrazione agisce a difesa del reddito di certi lavoratori, e comprime le statistiche sulla disoccupazione, altri non ne dispongono affatto. Penso al popolo delle partite iva, largamente composto da falsi autonomi, in realtà lavoratori subordinati senza garanzie. Quelli sono rimasti a terra. Penso ai giovani con contratti non stabili, o mai entrati nel mondo del lavoro. Penso alle donne, il cui tasso d’attività ci mette in coda all’Europa. Tutta ricchezza non sfruttata o consegnata al mercato irregolare, che spesso è mercato direttamente o di derivazione criminale.

La crisi economica non è mai una bella cosa, ma può essere l’occasione per rompere vecchi schemi e porsi al passo con un mondo nel quale ci sono aree che continuano a crescere, in modo impetuoso. La necessità può rendere capaci di fare quel che, nell’agiatezza, non si ha né voglia né forza di fare. Il che non significa mettere i nostri lavoratori al pari delle sfruttate moltitudini orientali, ma portare valore di conoscenza e capacità, mobilità ed elasticità a questo fattore produttivo. Nulla di ciò si scorge all’orizzonte.

L’Italia è un Paese molto ricco, una potenza economica che, da tempo, ha rallentato la sua corsa, senza per questo cessare d’essere una potenza. Si tratta di una realtà positiva, certamente, ma che diventa l’opposto se narcotizza la capacità di comprendere quanto sia necessario e urgente cambiare passo. La politica (come il giornalismo e la cultura) serve proprio a rammentare le ragioni dell’interesse collettivo, senza annegare nella difesa di quello egoistico e corporativo. Purtroppo è il bagnino a boccheggiare fra i marosi, in un agitarsi scomposto e preoccupante.

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