Economia

Rivoluzione non tagli

Mi fa paura leggere che il governo è alla caccia di quattro miliardi. Non perché siano tanti o perché va a finire che li cercheranno nelle mie tasche, ma perché sono pochi e inutili. Mi fa rabbia leggere Giulio Tremonti, che racconta oggi quel che si deve fare e annette alla cattiveria del mondo quel che non hanno fatto, stando al governo. Sono facce del medesimo dado disgraziato, quello che comunque lo butti porta alla disfatta. I cittadini guardano disincantati i politici e i tecnici, non riuscendo a credere che qualche cosa possa cambiare. Non ci credono neanche quelli che siedono al governo, e lo dimostrano giorno dopo giorno.

L’Italia ha un sistema produttivo forte, capace di sopravvivere tenacemente alla guerra mossagli da un sistema pubblico, statale e territoriale, demenziale e distruttore di ricchezza. Nel mentre si piange il lutto della grande crisi ci sono aziende che portano a casa risultati esaltanti e la nostra capacità d’esportare cresce, nonostante una valuta sopravvalutata e non governata. Siamo degli strafichi, destinatari di ammirazione quando ci muoviamo per il mondo. Poi, però, torniamo a casa e troviamo una rappresentazione straziante della vita pubblica, ciascuno impegnato a spiegare quanto facciamo schifo. Abbiamo imprenditori che trottano per il globo cercando di vendere eccellenze, seguiti a ruota da governanti che ripassano negli stessi posti cercando di vendere insuccessi e debiti. Basterebbe dare una mano ai primi per avere meno miseria da piazzare.

Il fatto realmente drammatico è che l’Italia che lavora è produce è finita in minoranza, laddove il potere è nelle mani di burocrazie voraci e improduttive, che s’impancano anche a giudici morali di quelli che le mantengono. Spezzate questo maleficio e l’Italia schizza in alto. Ecco perché mi fa paura un governo che cerca quattro miliardi: è inutile, si deve puntare a quattrocento di dismissioni, per abbattere il debito pubblico, e quaranta di tagli alla spesa pubblica, ripromettendosi di andare oltre. Né l’una né l’altra cosa sono possibili se non cambiando schema di gioco. Non si tratta d’aggiustare il presente, ma di cambiarlo profondamente, altrimenti si finisce come Tremonti: prima a dire cosa si deve fare, poi a spiegare perché non lo si fa. Ed ecco perché quella della spending review sta diventando un’insopportabile gnagnera, giacché se hai una gamba in cancrena la tagli, mica fai le analisi accurate per sapere in quanto tempo la puzza di morto ti mangerà il cervello.

La spesa pubblica si rivoluziona in due modi: a. ridescrivendo le competenze e le responsabilità; b. restituendo al mercato tutto quello che non è ragionevole faccia lo Stato. Le province non vanno accorpate, come sostengono i ripetitori a vanvera della Bce. Andavano chiuse negli anni settanta, un secolo fa, oggi vanno accorpate le regioni e va smantellata la rete disfunzionale delle autonomie locali, dove la frammentazione di competenze e responsabilità crea una confusione amministrativa che umilia i cittadini e danna le imprese. I governi centrali favoleggiano di delegificazioni e semplificazioni, ma parlano al nulla mentale di chi fa finta di non sapere che le fonti degli obblighi e delle burocrazie sono divenute innumerevoli. Vanno chiuse. Chi crede nelle autonomie locali deve volere la fine di questi enti locali, ricordando che l’unica entità appartenente alla nostra storia è il comune. Dalla sanità alla scuola, dalla giustizia al turismo, il decentramento italiano è un fallimento costosissimo. Finché non lo si ammette si proverà a tagliuzzare la spesa, che è come potare i rovi: più accorci e più infestano.

Restituire al mercato è più facile di quel che si crede: milioni d’italiani hanno forme assicurative private relative alla sanità, a quegli stessi paghiamo le cure mediche. Si può essere più scemi? Se avessimo un vero mercato della salute, anziché i privati che prendono soldi dal pubblico, scopriremmo quel che si sa altrove, ovvero che questo è un settore che crea benessere e ricchezza, mentre da noi è noto per i disagi e i debiti. Se si taglia in modo tradizionale si finisce con il colpire i malati, se si cambia mentalità si aggredisce la malattia, consistente in sistemi amministrati a cavolo, oscillando fra l’ignoranza e la criminalità, con costi mostruosi annidati laddove non si soccorre e cura nessuno.

Per farlo abbiamo bisogno di gente che ci creda. E che sia credibile. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che non è quella sulla scena.

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