Economia

Saldi e inflazione

Le file in occasione delle svendite non sono un indicatore economico, semmai di costume. L’entusiasmo con cui sono state commentate, quest’anno, ha più a che vedere con la scaramanzia che non con la riflessione sulla nostra ricchezza nazionale. Si deve stare attenti, insomma, a non mettere il cervello in saldo di fine stagione.

La realtà è quella già qui descritta, senza bisogno d’attendere l’accalcarsi fuori dalle vetrine: il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto, come segnala l’incremento medio dei redditi, che si accompagna ad un tasso d’inflazione che si conferma il più basso degli ultimi cinquanta anni. La crisi c’è stata e c’è, ma si legge nei dati del prodotto interno lordo, che ha fatto segnare un tonfo notevole, superiore a quello degli altri Paesi europei, non si scorge, invece, nel reddito disponibile, sicché i prezzi stabili e le svendite inducono un aumento dei consumi. Prendere l’uno o l’altro dato, e pretendere di leggerci l’insieme della nostra situazione economica, pertanto, è arbitrario e conduce fuori strada.

Anche nel 2009, tanto per fare un esempio, in occasione del  “black friday”, il giorno degli sconti che coincide con il primo venerdì successivo al giorno del ringraziamento (quarto giovedì di novembre), gli statunitensi si sono messi in fila, ma non per questo è possibile negare né la crisi né la contrazione complessiva dei consumi. Come la rondine primaverile, quindi, una fila non fa ripresa.

Il consumatore non si regola in base alle previsioni macroeconomiche, che, non a torto, considera alla stregua degli oroscopi, ma seguendo la bussola dei propri interessi e delle proprie convenienze. Altrimenti li risparmierà (nel caso italiano) o li utilizzerà per far diminuire i debiti (nel caso statunitense). Da noi, le spese natalizie sono state trattenute, anche a causa della non buona abitudine di posticipare i saldi, ma, lo ripeto, il potere d’acquisto era stabile o cresciuto, trovando conveniente concentrarsi in questi giorni.

Ciò non toglie che i nostri redditi medi sono largamente inferiori alla media dei Paesi sviluppati, che la pressione fiscale, frutto di un patologico debito pubblico, è esagerata e che le due cose, messe assieme, diminuiscono la libertà dei cittadini, trasferendo in capo allo Stato le decisioni di spesa. E non toglie che chi ha perso o s’appresta a perdere il posto di lavoro, esaurite le salvaguardie degli ammortizzatori sociali, vede crollare il potere d’acquisto, per mancanza di reddito. E non toglie, infine, che ancora una parte troppo grande del nostro mercato agisce in regime d’evasione fiscale.

I nostri problemi, quindi, sono tutti lì, in attesa d’essere seriamente affrontati, a cominciare dalla continua perdita di competitività. Restiamo uno dei Paesi più ricchi del mondo, ma perdiamo terreno rispetto ai concorrenti. Il fatto che le famiglie non ne avvertano, ancora, tutte le conseguenze, non è un buon motivo per far finta di niente.

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