Economia

Salvare le aziende

Il settore auto è stato trainante, per molti anni, dell’industrializzazione italiana, ora potrebbe essere esemplare anche in un momento di crisi economica, con alle spalle due anni di recessione. L’anno prossimo i marchi automobilistici italiani aumenteranno. In uno stabilimento Fiat, quello di Termini Imprese, che la casa torinese dismette, potrebbe trovare una ulteriore sede produttiva la De Tomaso, guidata da Gian Mario Rossignolo. Restiamo aggrappati ai mercati, non ci arrendiamo. In altri settori le cose sono andate diversamente: abbiamo inventato la plastica e siamo fuori dalla chimica; abbiamo inventato i telefoni, avevamo una multinazionale, ora il nostro mercato interno è occupato da stranieri (che non è necessariamente un male) e anche l’ex monopolista ha gli spagnoli nel sindacato di controllo; eravamo all’avanguardia nella sicurezza della produzione nucleare, e siamo usciti; abbiamo inventato la pila e compriamo energia dall’estero. Mi fermo. Per pietà.
Abbiamo commesso, negli anni, due generi d’errore, che messi assieme hanno prodotto una miscela letale: pensare di potere piegare la realtà ai nostri vizi e pregiudizi ideologici e non avere avuto la lucidità e il coraggio di difendere gli interessi nazionali, anzi, in qualche caso trattando da criminale chi ci provava. Abbiamo coltivato l’illusione che il benessere potesse essere redistribuito senza prima essere prodotto, così come si è pensato che il salario potesse essere una “variabile indipendente”. Abbiamo visto la nostra ricchezza crescere e si è ignorata la contemporanea crescita del debito pubblico, che la finanziava. Ora, con qualunquismo frammisto a ignoranza, si vuol sostenere che sia tutta colpa della classe politica, laddove quella ha la colpa di avere agito senza contrastare gli istinti miopi della società civile.
Il valore, simbolico e reale, prima del referendum e poi del contratto a Pomigliano d’Arco, consiste in questo: il ritorno alla realtà. Che non è affatto punitivo per i lavoratori, i quali portano a casa significativi incrementi salariali (visti i tempi, non è affatto poco), semmai lo è per le sovrastrutture sindacali e politiche. Lo scacco in cui sono stati messi i sindacalisti politicizzati e la stessa Confindustria è la dimostrazione della loro scarsa rappresentatività. Quando il nodo è giunto al pettine anche questa evidenza è emersa.
Ciò che conta non è la pattuizione relativa a questo o quello stabilimento Fiat, ma la dichiarazione di chiusura rispetto ai contratti nazionali vincolanti per tutti. Potranno essere punti di riferimento, ma fabbriche diverse avranno regole diverse. Vale all’interno di uno stesso gruppo, figuriamoci fra gruppi diversi. In questo modo non s’indeboliscono affatto i diritti dei lavoratori, ma si prende atto che l’alternativa è la possibilità concreta di sbaraccare, facendoli diventare disoccupati. Se avessimo ragionato in questo modo in anni passati, e in settori diversi, non avremmo aumentato le lapidi nel cimitero delle occasioni perse.
Non si tratta di far diventare Sergio Marchionne a sua volta un mito, o un esempio, semmai di prendere atto che mitizzare la concertazione, la ritualità dei tavoli nazionali, le celebrazioni cantate e notturne degli incontri con il governo, serve a mantenere viva la funzione dei burocrati sindacali e politici, ma impoverisce tutti gli altri. Se salveremo il settore automobilistico, come stiamo riuscendo a fare, anche facendolo crescere, lo dovremo alla presa d’atto che problemi diversi chiedono soluzioni diverse, mentre l’omogeneità coatta è, al tempo stesso, astratta e nociva. Liberando il mercato dal peso morto di accordi che nuocciono alla competitività liberiamo noi stessi dal bisogno di sussidiare le imprese, altrimenti fallite, così continuando ad aumentare debiti e tasse. Potevamo accorgercene prima, certo, e, del resto, c’è chi lo ha ripetuto per anni, inascoltato e snobbato. Se la forza della realtà è prevalsa lo dobbiamo anche al pragmatismo dei lavoratori, che hanno dato una significativa lezione alle loro pretese rappresentanze.
Assistiamo, insomma, al sorgere di un nuovo patto per il lavoro, di cui l’accordo di Pomigliano è solo un tassello, valido in tanto in quanto non può essere preso e copiato altrove. Manca ancora, all’orizzonte, il sorgere di un nuovo patto di cittadinanza, che scambi la diminuzione della pressione fiscale con minore spesa pubblica. Più libertà di disporre dei propri soldi in cambio di meno protezioni. Sarebbe un vantaggio per i più deboli, per quelli oggi non garantiti

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