Economia

Salute vs Sanità

Vedremo di cosa è morta Mariarca Terracciano, l’infermiera di 45 anni, madre di due figli, che aveva cominciato (e poi smesso) a togliersi ogni giorno un po’ di sangue, oltre che a fare lo sciopero della fame. Una cosa è certa, lei, come gli altri della Asl 1 di Napoli, non riceveva lo stipendio. Si soffermi, su questo punto, l’attenzione del lettore, perché da tale dettaglio parte uno scandalo enorme e intollerabile, da questo spicchio di malagestione s’intravede il baratro della sanità pubblica, oltre che l’umiliante ingiustizia che capovolge il mondo: anziché colpire chi si fa pagare senza lavorare si consente che chi lavora non sia pagato.

Il ministero dell’economia preme su quattro regioni, in sostanziale bancarotta sanitaria, affinché ripianino il buco imponendo delle addizionali Irpef e Irap. Più tasse, insomma. Il principio è corretto, ma porta a un risultato ingiusto. I cittadini del Lazio, della Campania, della Calabria e del Molise dovranno scucire più soldi di quelli della Lombardia o della Puglia, e ci può anche stare, ma la domanda è: essi dispongono, o hanno usufruito, di un servizio sanitario migliore? La risposta è: no.  E, allora, dove sono finiti i soldi? Sono stati triturati in una macchina totalmente fuori controllo, in una sanità spezzettata in tante competenze regionali, per poi sbriciolarsi in ulteriori competenze Asl, a loro volta divise in altre competenze ospedaliere, il tutto dando luogo ad un mostro politicizzato e spartitorio, che produce sprechi e vergogne. Ovunque, non solo in quelle quattro regioni dissipatrici.

Quando le mutue furono soppresse lasciarono in eredità un immenso patrimonio immobiliare, mentre la sanità regionalizzata consegna debiti e medici di famiglia che prescrivono farmaci per la bellezza di 13 miliardi di euro l’anno (dato 2009). Quando le baronie universitarie furono combattute, in nome di una giusta apertura al merito non raccomandato, lasciarono in eredità scuole in cui si era selezionati per competenza, non solo per servilismo. La realtà odierna è sconfortante: l’università è abbandonata al più straccione dei familismi, compresa la valorizzazione dei meriti d’alcova, mentre le responsabilità sanitarie vengono affidate con criteri di mera vicinanza politica, quando non di complicità nel malaffare. E mentre questo succede, mentre costa agli italiani un occhio della testa, la signora Terracciano non riceve lo stipendio, e tantissimi medici di valore si fanno in quattro in strutture talora prive delle barelle. E’ l’immagine della follia italiana: costi altissimi e servizio scadente, gente che s’ammazza di lavoro, ma nessun premio al merito individuale.

E’ anche la fotografia di un Paese bloccato, perché in quattro delle regioni indotte ad aumentare le tasse i presidenti sono stati appena eletti, quindi senza alcuna responsabilità. Nel corso della campagna elettorale di queste cose quasi non s’è parlato, concentrandosi la propaganda su una rivalità nazionale e priva di contenuti. Ciò svuota il senso del giudizio politico, eleggendo soggetti di cui non si conoscono i piani e i programmi, ridotti in pillole banali, che, però non potranno fare altro che provare a rimediare, perché regionalizzando il problema la loro unica trincea sarà il debito. Del resto, i cittadini già pagano in maniera differenziata, mediante l’imposizione dei ticket sui farmaci, e la percentuale più altra si paga in Sicilia, altra regione disastrata, dove supera il 10%. Eppure non s’odono squilli di rivolta, solo un’impotente lamentazione. Sembra quasi che sia accettabile l’idea che al sud ci sia una spesa pro capite, per farmaci, superiore alla media nazionale. Come se fossero (fossimo) malati cronici, alla nascita. Sembra sia digeribile l’assurdità che un medesimo farmaco, o una medesima valvola cardiaca, abbiano prezzi diversi a seconda di quale Asl li sta comprando, di quale ospedale li utilizza. Le multinazionali hanno centri d’acquisto unificati, per evitare ruberie e sprechi, per potere avere sconti dovuti alla quantità, noi, invece, mandiamo all’acquisto un nugolo di politicanti allo sbaraglio.

Avremmo bisogno di fare l’esatto contrario, sottoponendo a controlli e verifiche unitarie ogni centro di spesa, compresi i singoli medici. In tal senso aiutano le innovazioni tecnologiche, come la ricetta elettronica e il conseguente archivio centralizzato sui consumi di farmaci (negli Stati Uniti, quando fu introdotta, la spesa diminuì del 25%). Ma inutile farsi illusioni, non se ne esce senza smontare il castello costruito dopo la fine delle mutue e con la creazione del servizio sanitario nazionale. Non si tratta, si badi bene, di rinunciare all’assistenza sanitaria pubblica, ma di evitare che il welfare clientelare e cleptomane porti nella tomba anche il diritto alla salute.

Ecco, può darsi che la signora Terracciano sia morta per cause diverse, non legate alla sua disperata protesta. Ma questo non diminuisce di un capello la nostra vergogna nazionale. Sperare in un ritorno di dignità e coscienza, forse, con i tempi che corrono, è troppo, ma puntare sulla voglia di non pagare ulteriormente, di non partecipare, di tasca propria, alla trasformazione delle case in discariche farmaceutiche, salvo crepare per un’appendicite non riconosciuta o perché l’ascensore non porta il neonato verso l’incubatrice, può essere realistico. Per la nostra salute, fisica e morale, è giunta l’ora di demolire questa macchina infernale.

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