Economia

Scatenare l’innovazione

All’Expo di Shangai il padiglione italiano ha destato grande interesse ed è il più visitato, dopo quello cinese (giocano in casa e giocano in tanti). La sezione dedicata all’“Italia degli innovatori” ha alimentato e riscosso molta curiosità, offrendo una vetrina a molti soggetti, anche piccoli, selezionati con un meccanismo di autosegnalazione. Sulla scena dell’innovazione, insomma, ci siamo e abbiamo molto da dire. Sarebbe sciocco, però, non accorgersi che quella stessa Italia incontra meno successo e suscita meno discussione in patria che in quell’appuntamento cinese. Qualcuno potrebbe frettolosamente dedurne che il nostro mercato interno dimostra una scarsa propensione all’innovazione, ma si sbaglierebbe.
Gli italiani hanno abbondantemente dimostrato d’essere capaci di assorbire e mettere a profitto le innovazioni tecnologiche. Un esempio per tutti: la telefonia cellulare. Prima del lancio italiano il telefono mobile aveva significativamente penetrato solo alcuni Paesi del nord Europa, che per (scarsa) densità della popolazione e caratteristiche (difficili, talora gelide) del territorio avevano preferito diffondere la telefonia senza imporsi la stesura di cavi. L’Italia è stato il primo mercato in cui il gestore del servizio e la clientela sono passati, in pochi mesi, dall’esordio alla diffusione massiccia. Da noi è esploso quel comportamento che appariva “strano”: scriversi con il telefono. Ciò solo per dire che non esistono ostacoli culturali al diffondersi dell’innovazione, anzi, c’è una larga propensione all’uso delle nuove tecnologie. E allora?
Allora il guaio è che da noi non c’è un ecosistema favorevole agli innovatori. Questo è dato dal combinarsi di diversi fattori: a. ricerca applicata da parte delle università e degli istituti preposti; b. facilità d’intrapresa; c. accesso al credito mediante la presentazione d’idee e non di garanzie; d. premio per chi cresce. Scarseggiano, quando non addirittura sono avversati. Il nostro sistema fiscale, per dirne una, sollecita a restare nani, rende conveniente non crescere strutturalmente, disincentiva i sogni di gloria e grandezza. A questo si aggiunga un dato rilevante: più della metà del prodotto interno lordo deriva dalla spesa pubblica e se c’è un settore capace d’innovare le ragioni con cui bloccare l’innovazione, quello è la pubblica amministrazione. Detto in modo diverso: corriamo con una gamba sola e ci facciamo anche lo sgambetto.
Di converso, ci sono settori considerati maturi, come il manifatturiero, in cui riusciamo a competere grazie a innovazioni, di prodotto e di procedimenti produttivi, che nascono direttamente nei luoghi di lavoro. Qualche volta c’illudiamo che siano innovazioni a misura di distretto produttivo, ma, in realtà, sono forse di contrada, quando non di vicolo. Si diffondono di capannone in capannone, scontando l’incapacità nazionale di fare sistema. E’ da questa limitazione che dobbiamo uscire, offrendo un ecosistema accogliente per chi innova.
La chiave non è la selezione statuale e centralizzata delle innovazioni, in un delirio valutativo e programmatorio che serve solo a finanziare la non innovazione burocratica, ma, semmai, nell’aprire al mercato quella (più che) metà del prodotto interno che oggi è vincolata ai riti e ai tempi della spesa pubblica. Si deve essere capaci di distinguere i compiti istituzionali dello Stato (come amministrare giustizia o provvedere alla difesa), sia dai servizi offerti ai cittadini che dall’organizzazione materiale che consente l’assolvimento di quei compiti. Una cosa è il giudice, altra cosa la cancelleria, per intenderci, che già oggi rispondono a due amministrazioni diverse, ma non a due logiche diverse. In servizi e strutture di supporto è bene fare entrare il mercato, far prevalere le leggi della produttività e l’obiettivo del profitto. Ciò consentirà sia di rendere più produttiva la spesa pubblica sia di spendere in un ecosistema più adatto a chi ha inventiva, coraggio e capacità.
Non si tratta di “privatizzare”. E’ stato fatto pessimamente, in passato. Eppure andava fatto e in molti segmenti del mercato deve ancora essere fatto. Qui parliamo di una cosa diversa, ovvero amministrare ciò che consideriamo pubblico come se fosse privato, seguendo le regole del mercato e chiamandone i protagonisti a contribuire. Molti viaggiatori del passato raccontarono un’Italia le cui case erano linde e sontuose, ma le cui strade pubbliche erano lerce e puteolenti. La situazione non è significativamente cambiata. Si tratta di amministrare le strade con la logica del proprio salotto, tenuto presente che, già oggi, ci costano più che tirare a lucido la propria abitazione.
Liberarci dall’arretratezza e dalla rassegnazione, liberando risorse in grado di far crescere il mercato e premiare i migliori. E’ accaduto in passato, può accadere ancora: liberate l’Italia dalle catene delle eredità negative e saprà correre come non si era neanche immaginato. Quando gli innovatori torneranno da Shangai mettiamoli a correre, non a languire piatendo un’assunzione, o costringendoli a scappare, portando altrove il loro valore.

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