Economia

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Le forze politiche, quando non impegnate in ristori, protezioni e aiuti, viaggiano sulla lunghezza d’onda dell’ignoranza e del trasformismo. Facendo passare la politica come morta quando morta è la loro voglia di fare politica.

Vien quasi voglia di rassicurarli è confortarli, ma poi passa in fretta. È imbarazzante quanto chi anima la scena politica si senta irrilevante, al punto da trascurare qualsiasi tema abbia a che vedere con un problema da affrontarsi, che comporti la formulazione di un indirizzo, che porti con sé una scelta, preferendo elencare interessi o umori da rappresentare. Un governo che intenda concentrarsi sugli impegni presi e da rispettare, nei tempi previsti, puntando alle riforme necessarie, è un’espressione politica. Sta facendo politica. Mentre le forze politiche sono per lo più altrove ed a parlare d’altro, supponendo che quel lavoro, quel coordinamento fra investimenti e riforme, fra spesa e gare, fra opere da realizzarsi e rendiconti da presentare, sia una specie di questione tecnica. In quanto tale fuori dalla portata di chi sa solo intrattenere i microfoni, ammesso ci sia ancora qualcuno disposto a seguire le parole che vengono raccolte.

Il prodotto interno lordo del 2021 si attesta a un ragguardevole +6.5%. Un risultato che non compensa ancora la botta 2020 di -9%, come neanche in Francia, dove hanno fatto un +7% (quindi piano a titolare un po’ a caso), compensano la botta del -8.3, però misura un recupero più veloce del previsto. Molto bene. La cosa più rilevante è relativa alle previsioni per l’anno in corso, che mentre istituti indipendenti valutano al 3.8 il governo, per bocca del ministro Franco, prevede un 4% e forse di più. Meglio ancora. Ma tutto questo non avviene per fatalità o per inerzia, ma per le scelte che si sono compiute. E se si vuole rendere stabile, nel tempo, una crescita che sia costantemente sopra il 2-2.5%, il che ci permetterebbe di guardare all’enorme debito pubblico con minore preoccupazione, non basta neanche l’ingente mole d’investimenti pubblici favoriti dai fondi europei, perché devono essere chiamati a compartecipare gli investimenti privati. È su quel fronte che si gioca il futuro del Paese.

Perché i capitali privati arrivino, dalle nostre imprese, ma anche dall’estero, serve che ritengano di potere essere investiti con profitto. Se si vuole che l’ingente risparmio degli italiani serva ad alimentare la crescita, non solo ad assicurare la rendita, è necessario che si modifichino diverse regole del gioco, che si facciano norme razionali sulla concorrenza, che si riveda il sistema fiscale. Tutte scelte che sono politiche, pur richiedendo competenza tecnica. Come stabilire se si intende mangiare una carbonara o i quadrucci in brodo: la scelta è politica, poi si deve saperli cucinare.

Le forze politiche, invece, quando proprio non restano ferme al vaniloquio delle necessarie convergenze, dell’aggregare anziché disgregare, quando non la menano strologando di cambiar nome, cercando di divenire latitanti alla loro stessa storia, quando proprio non scantonano la domanda sul catasto o sugli stabilimenti balneari, si sono specializzate nell’arte di promettere ristori, aiuti, protezioni. I più straordinari venditori di fumo sono quelli che mettono la questione al centro, in concorrenza con quelli che la vogliono mettere sul tavolo. Che se la mettano dove più gli aggrada, però non si può passare la vita non stando mai un minuto zitti e riuscendo a non dire niente.

Se una bambina la si deve portare in aereo dalla Calabria a Roma, e ci muore, per poi sapere che ci sono soldi che non si riescono a spendere, ovvero l’opposto della menata falsa sui tagli alla spesa sanitaria, serve a nulla indignarsi, serve reagire. Gettare la bomba atomica su quel sistema e ricostruirlo (e torneremo su questa faccenda, che lambisce lorrido). Se c’è gente che cerca lavoro e non lo trova, mentre ci sono un sacco di aziende che cercano lavoratori e non li trovano, serve accorgersi che chi se ne frega di come si fanno gli esami di maturità, che semplicemente andrebbero aboliti, ma cambiare il cosa e il come si insegna. E sono scelte politiche, poi richiedenti competenza tecnica.

Tutto ciò per dire: non è vero che la politica è morta perché usurpata dai tecnici, è che i politici non sanno far politica perché affetti da ignoranza e trasformismo.

Davide Giacalone

Pubblicato da La Ragione del 2 febbraio 2022

www.laragione.eu

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