Economia

Spread e dimissioni

Lo spread in crescita libera non era imputabile al governo Berlusconi, come non lo è al governo Monti. Nel novembre scorso le dimissioni furono opportune, non perché in quel modo si sarebbe fermato lo spread, ma perché il governo, frutto del voto popolare, aveva visto dissolversi la propria maggioranza parlamentare e aveva esaurito le forze e la funzione. Oggi le dimissioni di Monti non servirebbero a fronteggiare l’ennesimo incrudelirsi della speculazione, non potrebbero essere usate per difendere gli interessi nazionali e non si può certo commissariare il commissario, ma sarebbero opportune. Sia nel caso che, con la crisi, si giungesse ad una rinnovata fiducia, talché il ribadire l’indirizzo preso pesi nel valutare le conseguenze dell’attacco all’Italia, sia nel caso, migliore, che il governo possa risorgere con quel che mancò alla sua nascita, ovvero una diretta partecipazione delle forze che ne compongono la maggioranza. Una cosa è certa: non si può far finta di nulla e credere che il tempo risolva alcunché. L’estate di quest’anno sarà decisiva per la sorte dell’euro.

Non c’è nulla di personale, in questo ragionare. I personalismi sono ben miserrima cosa, nella situazione in cui ci troviamo. Il governo commissariale, fortemente voluto e sostenuto dal presidente della Repubblica, è stato il tentativo di mettere sotto controllo gli effetti della speculazione, costruendo una rete di rapporti europei e presentando un diverso volto dell’Italia. Non ha funzionato. I guasti strutturali dell’euro ci espongono a rischi troppo alti. Ed è bene ribadire che se l’Italia ha colpe notevoli, consistenti nell’avere accumulato un troppo alto debito pubblico e tollerato tre lustri di crescita troppo bassa, adagiandosi mollemente sugli allori dei tassi d’interesse bassi, non per questo gli altri europei sono immuni da colpe, con i tedeschi che si finanziano a costo irrisorio, approfittando della speculazione, nel mentre le loro banche l’hanno cavalcata e si sono riempite di titoli il cui reale valore è quanto meno dubbio, o con i francesi che si sono incaponiti a impedire ogni ulteriore devoluzione di sovranità, ponendo un invalicabile limite al processo d’integrazione federale. Sarebbe sciocco negare le nostre colpe, ma è stolto dimenticare quelle altrui.

Il compito del governo italiano, oggi, è porre la questione di quelle responsabilità, pretendendo che a pagarne il prezzo non siano solo i Paesi in cui si sperimenta la guerra contro l’euro. All’interno abbiamo il dovere di abbattere il debito, senza far crescere, anzi diminuendo la pressione fiscale, in modo da far convivere risanamento e crescita. Possiamo farlo mediante le dismissioni di patrimonio pubblico, cui il governo Monti ha dedicato un’attenzione distratta e scettica. Abbiamo il dovere di riforme che modernizzino ed elasticizzino il mercato, sia dal lato del lavoro che dell’impresa. Fuori dai confini, però, abbiamo il dovere di non smarrire la bussola degli interessi nazionali, di non subordinarci ad alcuna eterodirezione e di ribadire che il coinvolgimento del Fondo monetario internazionale è stato un errore, laddove le debolezze istituzionali e politiche dell’euro devono trovare una risposta europea, non un finanziamento per essere mantenute. Mai dimenticare che siamo la seconda potenza industriale e fondatori dell’Unione. L’umiltà è virtù dei singoli, non dei Paesi.

Il governo Monti è indebolito e, come insegnano le esperienze passate, il non cadere non è sinonimo di governare. Si è logorato perché la spinta innovatrice non ha avuto continuità, i tagli alla spesa pubblica sono prevalentemente estetici, la crescita della pressione fiscale rafforza la recessione e le polemiche con la maggioranza non raggiungono il livello dello scontro, ma si perpetuano in un fastidio demolitorio. Occorre cambiare passo. Le dimissioni possono essere lo strumento necessario. Le sfide che abbiamo di fronte sono così dure e cruciali da non potere essere affrontate da un esecutivo sfilacciato e tenuto in piedi dalla copertura del Colle. Ci vuole di più. C’è un solo modo per essere sicuri che il governo del dopo elezioni continui il lavoro del precedente: che chi lo costituirà ne faccia parte. Il contrario, ovvero che non lo componga nessuno di quelli che si presentano alle elezioni, è insensato.

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