Economia

Spread politico

Ci rivediamo fra due settimane, al tramonto del 14 dicembre, per sapere se un governo già in crisi, che riesce a far approvare la riforma dell’università, gode ancora, o meno, della fiducia parlamentare. Dopo di che riprenderà il gioco dell’oca, al cui traguardo ci sono le elezioni. Fra un lancio di dadi e l’altro, però, incombe un problema enorme, che non solo gli astanti si sforzano d’ignorare, ma interpretano in modo dissennato. Gli attacchi speculativi che hanno travolto alcuni Paesi europei, e che finiranno, in assenza di provvedimenti, con lo smontare la moneta comune, non si fronteggiano con tagli di spesa, secondo la vecchia ricetta, ma pongono problemi politici ineludibili. Insisto: il tema è tutto e solo politico, niente affatto tecnico. La via d’uscita c’è, anche se oggi sembra pazzesca.

E’ estremamente significativo che l’allarme più forte sia stato lanciato, opportunamente, da Gianni Letta, che non è né un economista né un imprudente, e non c’entra nulla l’inesistente polemica con le scelte compiute da Giulio Tremonti. Il nostro ministro dell’economia ha agito bene, la nostra condotta di spesa è virtuosa ed esemplare, non a caso capace di difendere l’Italia dal rischio del debito. I debiti pericolosi non sono piccoli o grandi, sono sostenibili o meno. Noi abbiamo dimostrato che il nostro (grande) è sostenibile. Il merito va in larga parte a Tremonti. Ma, purtroppo, non è affatto questo il punto.

Gli speculatori non sono dei satanassi che lavorano per il male dell’umanità, ma dei soggetti che, del tutto razionalmente, tendono a massimizzare l’utile dell’investimento finanziario. Se si accetta un sistema in cui Paesi diversi hanno la medesima moneta, ma pagano tassi d’interesse diversi sui loro debiti, essendo questi tassi la traduzione in cifre del potenziale rischio che l’investimento comporta, è naturale che si chieda sempre di più a chi ha difficoltà sempre maggiori. Se l’Unione Europea interviene per salvare chi va bancarotta, in questo modo tutelando gli altri Paesi e le loro banche, esposte con chi s’avvia a saltare in aria, finisce con il fare un piacere agli speculatori, che incasseranno rendimenti più alti a fronte di un rischio ridotto. Mettiamola in modo diverso: è come spostare ricchezza da scuole e ospedali a vantaggio di banche e speculatori. Non una bella cosa.

Questo spinge i Paesi più virtuosi e ricchi, che sarebbe più corretto definire “non ancora sotto attacco”, a mettere quei quattrini sul conto dei debosciati. Ma è un esercizio quasi impossibile, perché a fare i tagli più pesanti, fino a falcidiare del tutto lo stato sociale (vero oggetto finito in crisi), dovrebbero essere gli stessi Paesi che hanno i più alti tassi di disoccupazione. Tanto per capire: Spagna 20,7%; Irlanda 14,1; Grecia 12,2 e Portogallo 11. Per essere salvati, dunque, dovrebbero impoverirsi ulteriormente e bruciare altri posti di lavoro. Più la distanza cresce e più le loro banche e le loro imprese non possono competere nel mondo, e in particolare con i tedeschi. Come si può pensare che, con una roba simile, regga la democrazia o non produca una reazione di rigetto?

Veniamo a noi. Il nostro debito è costoso, ma sostenibile. In virtù del meccanismo descritto, però, gli speculatori cominciano a chiederci di più. Per ora senza esagerare, ma un solo punto (cento punti base) di distanza (spread) dai tassi tedeschi, ci costa, su base annua, 20 miliardi. Negli ultimi dieci giorni quella maledetta distanza è cresciuta di quel maledetto punto. Certo, i greci stanno a dieci volte tanto, gli irlandesi … e così via, ma rimane il fatto che dovremmo tagliare 20 miliardi di spesa pubblica per consegnarli alle tasche degli investitori. Che si fa? Tremonti ha governato con rigore, stringendo saggiamente la cinghia, ma continuare così, a fronte di un problema diverso dalla sostenibilità, significa strangolarsi. Consolidare il debito, come ha sostenuto un Benedetto Della Vedova in crisi d’ossigeno (amico mio, ma ti pare?!), servirebbe solo a superare i greci in volata. Le reni, tanto per non cambiare, ce le spezzeremmo da soli. Chiedere aiuto agli altri governi europei è inutile, perché così andando saremo sgranati come un rosario, giungendo alla fine con i tedeschi che faranno appello agli irlandesi. Se non altro per la birra.

Abbiamo, noi italiani, due particolarità: siamo uno degli Stati fondatori dell’Europa e siamo troppo grossi per essere salvati dalla speculazione. Siamo, quindi, nella condizione per dire agli altri: fermiamoci e ripensiamo il sistema, se vogliamo tenerci l’euro dobbiamo rendere federali i nostri debiti e cancellare gli spread, lasciando gli speculatori su una parete liscia. Visto che l’euro impedisce le svalutazioni, visto che il cambio è comune e comune il tasso d’interesse che le banche pagano per avere il denaro, si mettano in comune anche i debiti statali. Garantirli e basta è costoso e inutile, federalizzarli significa annegarli nella più ricca area produttiva del mondo. Ciò comporta, naturalmente, l’integrazione politica, ben oltre la logorroica costituzione europea che gli europei bocciarono. La politica monetaria si sposa con quella economica, diminuendo una sovranità nazionale già boccheggiante. L’alternativa consiste nell’abbandonare l’euro.

Questo è il bivio, che si avvicina velocemente, strafregandosene che noi si sia occupati a esplorarci l’ombelico. Se al bivio non ci arriviamo con un governo, vero, solido, duraturo, saremo affettati. Prima di spaccarsi l’Europa si spaccherebbe l’Italia. Giusto in tempo per festeggiare i 150 anni.

Condividi questo articolo