Economia

Tagliare è bello

Nel mentre Barack Obama viene rosolato a puntino, rigirandolo fra le sue contraddizioni, il movimento statunitense dei Tea Party è descritto come una specie di sadica congrega che s’appresta a festeggiare il sabba del default (giuridico, negli Usa, non economico). Qualche tazza di quel tea, invece, faremmo bene a berla anche noi, perché il succo del messaggio è il seguente: tagliare la spesa pubblica e far calare la pressione fiscale non è solo necessario, non è neanche solo un bene, è bello.

Mark Skoda, uno dei capi di quel movimento, ci avverte: un tempo comprare il voto di qualche parlamentare era facile, perché bastava aumentare la spesa pubblica verso il suo collegio e quello, tronfio e vittorioso, sarebbe andato all’incasso, oggi le cose stanno in modo diverso, ed è questo che crea la forza del movimento e la sua influenza sul Parlamento, oggi chi paga le tasse sa che quell’aumento della spesa non è quasi mai un buon affare.

Se si considerano i Tea Party come un fenomeno ideologico, quindi contrario alla spesa pubblica e alla presenza dello Stato nel mercato, si resta nel dibattito del secolo scorso, ma se li si prende come un prodotto pragmatico dell’insostenibilità del debito, allora le cose cambiano. E, in questa versione, sarebbero uno straordinario programma di buon governo, a casa nostra.

Alimentare la spesa in deficit, secondo i dettami della scuola keynesiana, non solo non è un errore, ma è stato un bene. Creare la massima occupazione è stata una politica di giustizia sociale. Ma quel sistema si reggeva su uno sviluppo della ricchezza che rendeva sostenibile il debito e conveniente prestare soldi al governo (da noi, difatti, li prestavano le famiglie). Oggi viviamo in un mondo con mercati globalizzati, con Paesi emersi che si sviluppano a tassi doppi e tripli rispetto alla media occidentale e che, per giunta, posseggono buona parte del nostro debito. La somma del debito occidentale non è sostenibile, quindi continuare così è una follia. Chi ha paura della globalizzazione dice: non ci riavremo mai, perché il costo della manodopera cinese o brasiliana sarà sempre inferiore a quello nostro. Bel ragionamento, è come dire che la plebe del contado, pagata poco o non pagata affatto, garantiva un valore aggiunto superiore a quello degli operai dopo la rivoluzione industriale. La nostra tecnologia e le nostre competenze e conoscenze sono capacissime di competere. Il fatto è che si collocano dentro società in cui troppi redditi sono frutto non di produzione, ma di protezione. La spesa pubblica che alimentava la produzione era benedetta, quella che alimenta la protezione è maledettamente mortale.

Tagliarla e tagliare quel sistema, allora, non è solo una (evidentissima) necessità, e neanche una cosa solo teoricamente giusta (perché mai chi produce deve tenersi sulle spalle un paio di persone da mantenere?), è anche una cosa bellissima, perché restituisce dignità a chi lavora, libertà a chi produce reddito e speranza ai più giovani, che s’affrancano dall’essere solo i pagatori dei debiti altrui. Certo, nella condizione italiana il debito è così alto che non sarà facile ridurlo solo con i tagli. Ma se la piantiamo di pensare al problema solo come ad una dannazione e ne interpretiamo l’occasione, l’opportunità, sarà facile scoprire che riqualificare la spesa pubblica, restituendone larghe fette al mercato, fa crescere la produttività e, quindi, la ricchezza nazionale. E’ questa la strada virtuosa per uscire dall’attuale crisi dei debiti sovrani, che altro non è, in fondo, se non la conseguenza di un mondo divenuto più giusto e più aperto. E’ una vittoria della nostra civiltà, è la conseguenza di avere abbattuto l’impero sovietico, può trasformarsi in una bruciante sconfitta economica solo se non aggiorneremo il pensiero politico.

Le campagne elettorali si sono fatte promettendo più spesa, più protezioni, più corporazioni. Facciamone una promettendo più tagli, più libertà, più competizione. Si prenderanno i voti di quelli che sono convinti d’essere bravi e capaci, lasciando agli altri quelli di chi si ritiene fesso e perdente.

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