Economia

Tassi e polli

Dopo le direttive della Banca centrale europea il nostro tasso d’interesse non solo resta il più basso, ma anche ben sotto l’inflazione esistente e prevista.

Parlano della ferocia dei falchi, pensano d’essere furbi come volpi e mostrano l’acume e il destino dei polli. Fossero solo i partitanti, si potrebbe sperare di liberarsene. Ma non sono i soli e, anzi, incarnano un vasto umore lamentoso, che unisce il complesso d’inferiorità alla prosopopea della superiorità. L’informazione è parte di questa perdita del senso della realtà.

S’odono strilli e commenti: la Banca centrale europea rialza i tassi, finisce l’era dei soldi facili e riprendono a volare i falchi nordici. Falso. Quando il primo rialzo sarà stato effettuato, a luglio, avremo un tasso d’interesse pari a un terzo di quello inglese e un quarto di quello americano, a settembre passeremo alla metà. Il nostro resta il più basso perché si ritiene l’inflazione importata dall’esterno e non prodotta dall’interno. Forse lo era, ora meno. In ogni caso: il nostro tasso d’interesse non solo resta il più basso, ma anche ben sotto l’inflazione esistente e prevista. Quindi i “soldi facili” restano. Purtroppo facili anche da buttare, come si vede (sono stati stanziati 33,3 miliardi per il bonus 110%; alla fine di maggio il fondo non era solo esaurito ma superato da autorizzazioni di spesa per 33,7 miliardi, soldi presi a debito e non diretti certo a poveri e bisognosi, che non rifanno le facciate, ma ad alimentare l’inflazione favorendo il rialzo dei costi, tanto paga un altro).

Altro gemito: la Bce non comprerà più titoli del debito pubblico. Falso. Riacquisterà tutto quello che ha in portafoglio, quindi comprerà. Senza contare che sono attivi programmi europei predisposti a evitare squilibri pericolosi. Se si rischia di affondare, insomma, basta chiamare i soccorsi. Ma neanche questo sta bene, ne va del loro onore di lupi di mare, sicché pretendono di stare con la barca su un Tir, in autostrada, uscire sulla tolda bardati da capitano e issare, strambare, virare a casaccio. A secco di rischi, tutelati dalla finzione. Temo ci si sia dimenticati che l’Italia non ha ancora ratificato il Meccanismo europeo di stabilità. Perché noi vogliamo i salvataggi ma siamo contro i salvatori: gentaccia che ti mette le mani addosso.

Giri pagina, cambi canale o aspetti che prenda fiato il solenne dichiarante di turno (ci avete fatto caso che hanno preso un po’ tutti la cadenza sciocca dei conduttori di tg?) ed ecco il guaito successivo: l’inflazione erode il potere d’acquisto dei lavoratori e delle loro famiglie. Ma benedetti sventurati, perché credete che si alzino i tassi d’interesse? L’inflazione nell’area dell’euro è all’8%, in Italia siamo al 6,3%, in Germania al 7,8%, in Olanda all’11,2%. Non parliamo dei Paesi baltici. Non ci si può lamentare della febbre e dell’antipiretico nella stessa frase.

Il dilemma, semmai, è: come faccio a contrastare l’inflazione senza strozzare la crescita? Intanto destinando i soldi dove si conta, o almeno si spera, di innescare una crescita che sia superiore a quella dei tassi d’interesse. Se ti fai trapiantare i capelli per sembrare più giovane, gonfiare le labbra per sembrare un canotto o rifai la facciata con una costosa pittata, non stai investendo: stai dilapidando. E qui arriva l’economista che se Keynes lo incontra lo ribalta: ma fai lavorare estetisti e muratori, quindi cresce il pil. L’estetista è moldava, il muratore è suo marito, gli infissi sono rumeni e spendere non è sinonimo di lavorare e produrre.

Se i tassi crescono, come si fa ad avere credito a basso costo per la riconversione energetica e per la difesa europea? Creando debito europeo. Per allargarlo (c’è già) occorre che i contribuenti europei non abbiano l’impressione di star garantendo l’occultamento della calvizie altrui. E noi italiani, che dovremmo essere i primi interessati (come Draghi con Macron) a imboccare quella strada, noi che (come dimostrano i fondi Recovery) ne saremmo i primi beneficiari, noi ce la stiamo mettendo tutta per rendere tutto maledettamente difficile.

Davide Giacalone, La Ragione 12 giugno 2022

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