Economia

Televisione digitale e soldi nostri

Televisione digitale e soldi nostri

Mediaset ha acquistato i diritti per trasmettere, utilizzando la tecnologia digitale terrestre, e fino alla primavera 2007, le partite di Juventus, Inter e Milan. Alla fine di questo contratto, cosa cui non si presta la dovuta attenzione, tutti quanti i diritti calcistici dovranno essere rinegoziati. Appena la notizia ha preso corpo, è partito anche il riflesso condizionato: Mediaset prende tutto; c’è il conflitto d’interesse; la Rai resta immobile e perdente.

Mi permetto d’osservare che le cose sono un poco più interessanti, e, forse, meritevoli di una meno scontata reazione.

Che Mediaset acquisti dei diritti televisivi è cosa del tutto normale, visto il mestiere che fanno. Che acquistando tali diritti finanzino anche una squadra la cui proprietà è la medesima di Mediaset, non è di per sé significativo. Diverso il discorso circa la negoziabilità in blocco dei diritti relativi al campionato, impedendo la vendita squadra per squadra e tutelando i club più deboli, ma questa pratica è stata impedita dall’antitrust, mentre lo spezzettamento è stato voluto dalla maggioranza di centro sinistra. Che Mediaset imposti la concorrenza con Sky è, ove sia vero, del tutto normale. Che la Rai resti immobile è evento non imprevedibile, visto che l’azienda ha perso il suo vertice e da anni non brilla per lucidità e prontezza di riflessi.

Quindi, tutto bene? No, affatto. Per capire dove sta il male sarà bene leggere per intero la notizia, e sapere che l’offerta vera e propria, da parte di Mediaset, non partirà, come sarebbe logico, con il prossimo campionato, ma con quello successivo. La prossima stagione si avranno solo offerte sperimentali nel bacino del nord, il che spiega anche (almeno in parte) la scelta delle squadre. Perché limitarsi a sperimentare quel che, invece, si ha già il diritto di vendere? Risposta: perché la rete digitale terrestre è cosa assai diversa da quella che ci si racconta. E qui veniamo al dunque.

Teoricamente l’Autorità delle comunicazioni ha già accertato che quella rete esiste, garantisce il pluralismo, ed è in grado di raggiungere la maggioranza degli italiani. Teoricamente. Praticamente è una bufala. Praticamente quella rete raggiunge meno di cinquecentomila persone, gran parte delle quali hanno già riposto in un cassetto il decoder che hanno ricevuto in regalo. Infatti non funziona.

Hanno detto e scritto che il digitale terrestre è interattivo. Una maxi sciocchezza: non lo è e non lo sarà mai. Lo spettatore può interagire, sì, ma solo utilizzando il telefono, così come, però, può fare anche con il digitale satellitare e con il tradizionale analogico. Hanno detto che aumenta il pluralismo, ma hanno taciuto che, da questo punto di vista, il satellite è cento volte più potente, mentre le reti realizzate, fin qui, alla faccia del pluralismo, portano il nome di Rai e Mediaset. La maggioranza di centro destra ha inserito nella legge lo stesso vincolo temporale che si trovava in una norma approvata da quella di centro sinistra: entro il 2006 tutto sarà digitale. A dispetto di così larga convergenza, non c’è una sola persona sensata che ci creda.

A fronte di questo si devono contabilizzare 130 milioni di euro ceduti dal governo alla Rai, per propiziarne gli investimenti nel digitale (ma la Rai, non riceve già i soldi del canone? non incassa anche quelli della pubblicità? perché si deve finanziarla oltre?). A questi si devono sommare i 110 milioni stanziati per contribuire all’acquisto dei decoder, apparecchietti che, grazie al contributo statale, sono quasi gratis, sospinti da una massiccia campagna pubblicitaria e che, comunque, nessuno vuole. Ci sarà un motivo, non vi pare?

Ed ecco i motivi: a. l’offerta del digitale (al contrario di quel che avviene per il satellite) non si distingue da quella per l’analogico; b. occorre un decoder per ogni televisore (se ne possedete cinque ne dovete comperare cinque); c. non è vero che la vostra attuale antenna è sufficiente, perché nella grande maggioranza dei casi funziona con potenze d’emissione imparagonabilmente più alte di quelle del digitale, ergo, si deve affrontare anche questo disturbo e questa spesa; d. per avere l’interattività dovete anche collegare i vostri cinque televisori al telefono, ed escludendo che ne abbiate sempre uno accanto, dovete rassegnarvi a lavori in casa od a fili penduli; e. se non vi rassegnate, dopo avere acquistato il decoder, avrete la soddisfazione di vedere la stessa tv di prima. Ora, per quanto si possa essere sportivi e ben disposti, non è difficile capire perché solo trecentomila persone si siano imbarcate in quest’acquisto.

Grazie al calcio le cose andranno meglio? Come no! Sono anni che lo sento dire, ma i numeri sono lì, fermi ed impietriti, a dimostrare che oltre una certa soglia non si va: due milioni e mezzo di abbonati paganti, un altro milione e mezzo che raccolgono piratescamente il segnale del satellite. Per il digitale terrestre le cifre odierne possono anche decuplicarsi (non badiamo a spese), ma resteranno comunque sideralmente lontane dai venti milioni di apparecchi collegati entro due anni. I quali venti milioni sarebbero comunque, a naso, la metà della totalità.

Allora, stando così le cose, gli 86 milioni pagati da Mediaset alle tre squadre sono il prezzo di due cose: potere sperimentare nuovi servizi televisivi, mettere le mani avanti per il 2007. In ogni caso, sono soldi di Mediaset, e possono spenderli come credono. Ma i 240 milioni spesi dallo Stato per inseguire la scadenza del 2006 sono soldi di tutti, e sono spesi molto, ma molto male.

Li avessero spesi per propiziare la diffusione dei computers e delle connessioni internet presso i giovani, pur restando io contrario a questo genere di sovvenzioni, lo avrei capito; ma spenderli per sperare che tutti possano acquistare la tessera prepagata delle partite di calcio è una totale dissenatezza. Sia detto, per carità, con animo sereno.

E, con altrettanta serenità, occorre ricordare che il mercato televisivo italiano vedrà la luce della vera concorrenza quando sarà smontato il blocco statale della Rai, offrendolo ai privati. Ecco che, allora, nuovi soggetti entreranno e punteranno alla conquista della pubblicità, non del voto degli italiani. Quel giorno i limiti antitrust assumeranno un valore realistico e salubre. Quel giorno il partito Rai smetterà di essere la più potente lobby televisiva, ed ai privati mancheranno le scuse per continuare a far credere che la soluzione sia nel digitale terrestre.

Ecco una politica per un centro destra che crede nel mercato e vuole risolvere il conflitto d’interessi. Ecco una politica per un centro sinistra che non voglia sempre sembrare il conservatore della realtà d’un tempo. Non è senza significato, e senza conseguenze, che degli uni e degli altri, ancora, non c’è traccia.

Condividi questo articolo