Economia

Tre partite

Contribuire a salvare la Grecia è un buon affare, politico ed economico. Non c’è relazione fra il salvataggio di un Paese dell’area dell’euro e l’operazione da 25 miliardi annunciata dal governo, che si riferisce al 2011-1012, se non per un elemento: i greci hanno dimostrato che anche stando dentro la moneta unica si può saltare, così come la “generosità” degli altri dimostra che facendosi salvare si è costretti a politiche interne durissime e ad accettare un ulteriore impoverimento. Ci sono tre partite in corso: una globale, una europea e una itliana.

Della prima abbiamo già descritto i contorni: la velocità dei mercati non è più compatibile con quella dei governi. Dal punto di vista dell’economia reale la spesa pubblica, quindi le decisioni politiche, è uno strumento per uscire dalla crisi, al tempo stesso, però, la velocità della finanza computerizzata e globalizzata toglie il fiato ai governi e specula sulle loro (magari mancate) decisioni. Ieri anche il presidente statunitense ha avuto parole preoccupate per il mondo della Borsa, per gli interessi che in quello si muovono. Ma, al momento, è solo un abbaiare alla luna.

La partita europea si gioca su diversi livelli. Lasciare che un Paese dell’euro affondi, quindi mettere nel conto la sua uscita dalla moneta unica, significherebbe innescare il disfacimento.  Paradossalmente, una volta uscito quello stesso Paese, che recupererebbe la sua vecchia moneta, si troverebbe fuori dal mirino degli speculatori, che oggi puntano alla giugulare dell’euro, e avrebbe accesso alle svalutazioni competitive. Regredirebbe, certamente, ma tornerebbe padrone della propria sorte, ivi compresa l’instabilità politica. Posto ciò, però, non è possibile correre in soccorso di tutti gli scialacquatori e imbroglioni. Piuttosto, come nel caso della Grecia, salvare il debitore significa salvare i creditori, quindi le banche europee, con particolare riferimento a quelle tedesche. Da questo punto di vista Angela Merkel è stata astuta, facendosi pregare per fare quel che le conveniva.

Questa seconda partita è stata giocata con abilità da Giulio Tremonti, oramai uno dei pochi politici italiani con una caratura internazionale. Non solo partecipare al gruppo di soccorso, ma essersi battuti perché la squadra partisse ed avere insistito per farlo in fretta, significa collocare l’Italia dalla parte di chi è in grado di pensare la politica europea. L’avere cominciato a parlare di titoli del debito europei, emessi dalla Bce, oppure di un fondo di garanzia, in modo da istituzionalizzare le compensazioni degli scivoloni nazionali, è segno di lungimiranza, visti i tempi che ci attendono. L’affare politico è evidente, e non ha un costo economico. Perché è vero che alla Grecia si prestano soldi ad un tasso inferiore a quello (cresciuto a dismisura) che chiederebbe il mercato, ma è anche vero che noi stessi prendiamo soldi a prestito, pagandoli meno di quel che facciamo pagare ai greci. Il saldo è positivo.

Qui s’innesta la terza partita, tutta interna e tutta aperta. Fino a qualche giorno fa le chiacchiere politiche giravano attorno al non rilevante quesito circa i rapporti personali fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, con una riunione politica del Popolo delle Libertà in cui non s’è discusso nulla di quel che sarebbe divenuto l’argomento principale. Mentre il solito, eterno e oramai semiputrefatto intreccio fra giustizia e politica ha servito agli italiani la non deglutibile broda delle case ministeriali. Il convento non passava di meglio e solo pochi cercavano di parlare d’altro, come, per esempio, di una manovra d’assestamento dei conti pubblici, che in alcuni ritenevamo necessaria. Dopo tante smentite, anzi, dopo alti proclami dell’opposto, è arrivato l’annuncio dei 25 miliardi. Subito dopo non s’è udito un fiato.

Dovendo impostare tagli e rimodulazione fiscale di quella portata, e non escludendosi che i rigori della crisi possano richiedere ancora di più, il ministero dell’economia, o, se preferite personalizzare la faccenda, Giulio Tremonti, commissaria il governo. Lo mette davanti ad un problema non nuovo, che tutti gli alfabetizzati conoscevano di già, ma che ora non è eludibile od occultabile: mangiare la minestra o saltare dalla finestra. Detto in modo diverso: o si tiene fede agli impegni presi in sede europea, o è meglio andare a casa. Dopo l’annuncio sarà difficile sostenere che il governo ha dei problemi perché Fini lancia proclami su YouTube, adesso può anche passare la giornata a ciattare (o chattare? fate voi) su Facebook e scambiare le foto con gli amici, non è quello che cambierà la realtà.

Berlusconi, in questa situazione, o si sbriga a riprendere in mano l’iniziativa, portando l’attenzione sulle moltissime cose che si possono fare per cambiare l’Italia, non spendendo, o facendolo per lo sviluppo, oppure diventerà il generoso portatore di voti che consente ad altri di dare le carte e organizzare la partita. Anche questo, in fondo, è uno dei risultati della globalizzazione: le regole della democrazia rappresentativa, quindi quelle del consenso elettorale, vanno benissimo per allestire i Parlamenti, magari riempiendoli di tanta gente inconsapevole e felice d’esserci, ma non reggono né il ritmo né l’immediata complicazione di spinte che muovono i continenti. Possiamo leggere la cosa guardando solo in casa nostra, immaginando che sia il frutto di conflitti interni. Ma è meglio usare occhiali meno limitati e rendersi conto che s’è posta una questione sistemica, di vasta portata, di cui le nostre cose sono solo la conseguenza.

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