Economia

Un calcio al mercato

In tempi di ristrettezze e sacrifici, ha sostenuto il ministro Roberto Calderoli, anche i calciatori devono veder diminuire i loro redditi e i loro premi. Ecco una cosa totalmente sbagliata, con l’aggravante dell’uso improprio del moralismo un tanto al chilo. Stia attento, il signor ministro, perché se ci si mette a suonare quel tipo di musica diventa irrefrenabile il desiderio di ricordargli che i primi redditi a dovere scendere sono proprio quelli dei parlamentari, che sono troppi e prendono troppo, e che, oltre  tutto, gravano direttamente sulla spesa pubblica, al contrario dei calciatori, come di ogni altro soggetto privato che stia sul mercato. Si fa fatica, insomma, se si adotta quel modo di pensare, a non ricordare al ministro che sono ancora tutte lì le province che, un tempo lontano, si volevano abolire, con il loro relativo codazzo di eletti e prebende.
Ma è inutile, oltre che poco commendevole, avviare una gara demagogica. Il governo non abbia timore nell’usare il linguaggio della verità, circa le difficoltà economiche, e non cerchi d’intonare i ritornelli populistici, perché gli italiani sono più responsabili di certa classe dirigente. Essi sanno che c’è una profonda differenza fra chi guadagna, anche bene o benissimo, in un mercato aperto alla concorrenza, rispetto a chi approfitta di rendite di posizione o pesa solo sulle casse dello Stato. E sanno che per i primi possono farsi valere nuove regole generali (come quelle che il presidente Obama, negli Stati Uniti, invoca contro i banchieri che si premiano nonostante i disastri), ma non può applicarsi un insensato pauperismo. E poi, ci scusi, se i calciatori guadagnassero meno i dobloni resterebbero nelle casse delle società calcistiche, che non ci pare siano enti benefici e dediti allo sfamare i poveri.
Reagisco vivacemente, e me ne scuso, a questa corbelleria non per quello che significa in sé (tanto è stata solo una trovata domenicale, alla ricerca di qualche spazio nei mezzi di comunicazione, un modo per far circolare il nome), ma per quello che presuppone. La crisi, difatti, non deve essere solo la stagione in cui si tira la cinghia, ma anche quella in cui si fanno riforme troppo a lungo rimandate, sulle quali il governo è colpevolmente in ritardo. E tali riforme devono andare nel senso della liberazione del mercato da arretratezze e anacronismi, compresa la condanna della ricchezza. Che, invece, è una gran bella cosa ed ha un alto valore sociale, se guadagnata onestamente e misurandosi con gli altri. Non solo non va penalizzata, ma è già troppo tassata. La diminuzione delle tasse, non era uno degli impegni del governo? Che avrebbe detto, Calderoli, che non la si sarebbe dovuta applicare ai calciatori? E ai dirigenti d’azienda, agli artisti, agli attori, o a non so chi altro gli viene in mente?
Può darsi che Claderoli, in buona fede, abbia voluto proporre qualche cosa di esemplare. In questo caso, gli fornisco alcuni suggerimenti: i vertici delle municipalizzate, degli enti pubblici, delle società partecipate dallo Stato, della Rai, con relativo seguito di giornalisti e artisti strapagati, tutti quanti, direttamente o indirettamente, protetti e a carico di tasse o tariffe amministrate, oltre che di nomina o raccomandazione politica. Una sterminata prateria su cui esercitarsi, senza per questo adottare l’anticapitalismo cattocomunista che, sulla bocca di un leghista, sembra testimoniare che si debutta da incendiari e si finisce pompieri.

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