Economia

Un taxi chiamato vergogna

Ricordate le gran parole sulla liberalizzazione del mercato dei taxi? Sono rimaste parole, e dopo i reboanti annunci di Bersani la realtà non è rimasta solo identica a se stessa, ma in qualche caso peggiorata, come ora raccontano le ricerche della Banca d’Italia e di Altroconsumo.

L’estate scorsa, nel pieno della polemica, sostenevo che Bersani aveva ragione: si doveva portare il vento della competizione e della concorrenza tanto nell’assegnazione di più numerose licenze che nelle tariffe. Lo dissi e lo ripetei alla radio, e visto che i tassisti l’ascoltano molto ricevetti numerosi messaggi, la gran parte di protesta, ma anche di consenso, direttamente da chi ben conosce la situazione di quel mercato. Il lato grottesco della faccenda è che mentre noi si teneva il punto, accusati ora d’essere al servizio della destra ora d’essere succubi di questa sinistra, il ministro Bersani sbracava alla grande e l’intera faccenda passava alla competenza degli enti locali. Della serie: il decreto era buono per la propaganda, finita quella chi se ne frega.
Risultato è che le licenze sono rimaste quelle che erano, quindi poche, ed il numero dei taxi inferiore alle necessità di molte città italiane, il che significa che si crea una rendita di posizione ai danni della mobilità. Tale rendita di posizione ha anche una diretta incarnazione nel proliferare di macchine private gestite da tassisti, i quali, una volta entrati in confidenza con il cliente, suggeriscono l’uso del servizio alternativo alle auto bianche, prenotabile per telefono ed in grado di rilasciare ricevute esattamente come i tassisti, usando il numero della licenza di un taxi che, in quel momento, si trova altrove.
Le cose sono peggiorate nel campo delle tariffe, dove non solo non si è aperta alcuna concorrenza, ma se ne sono stabilite di fisse per alcuni percorsi (ad esempio gli aeroporti), con il risultato che si paga mediamente più di prima. Oramai costa di meno il volo aereo. Questo ha reso ancora più ricca la rendita di posizione, perché le auto private di cui si è detto possono scarrozzare i clienti facendo sconti di cinque o dieci euro sulle tariffe fisse, ma realizzando profitti superiori al passato.
Tutto questo serve per dire che non ha alcun senso menar battaglie di principio, agitare le bandire della liberalizzazione, se poi si ha a che fare con un ceto politico capace di contraddire se stesso nell’arco di una settimana. E’ stato uno spettacolo triste, ma a suo modo istruttivo. All’arrivo della successiva lenzuolata sapevamo con precisione di cosa si stava parlando.

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