Giustizia

Bruscagliate

Si può decidere: ragionare di mafia, usando la testa e mettendo in fila le date, oppure battere la testa sulle dichiarazioni dei mafiosi, mettendosi in fila per farsi turlupinare. Deponendo al processo di Firenze, per la bomba ai Georgofili, Giovanni Brusca, assassino e mafioso al servizio di Salvatore Riina, un disonorato che ha avuto benefici per la collaborazione con la giustizia, salvo continuare in una condotta inammissibile, ha detto che la mafia aveva contatti con la sinistra, con Salvo Lima e con Giulio Andreotti, aggiungendo che Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri non c’entrano nulla con le bombe del 1993 e che il destinatario (“committente finale”, nel suo italiano immaginifico e di riporto) del “papello” era l’allora ministro degli interni, Nicola Mancino. Ora, seguendo il copione demenziale delle tifoserie, del leggere tutto alla luce delle contrapposizioni politiche, non ci resterebbe che dire: avete visto, avevamo ragione. Siamo noi che, date e dati alla mano, sostenevamo che se le bombe servivano a negoziare, tale trattativa non poteva che essere con il governo di Carlo Azelio Ciampi, che, difatti, concesse l’attenuazione del 41 bis. Invece diciamo: avevamo ragione, andare appresso alle parole di questi disonorati è pura follia.

Il racconto di Brusca non sta in piedi. Secondo lui il problema del riagganciare i rapporti con qualcuno, nelle stanze dello Stato, si sarebbe sentito dopo l’omicidio di Paolo Borsellino (19 luglio 1992), allorquando Riina avvertì che si erano interrotti i contatti. Non è credibile, perché Giavanni Falcone (ucciso il 23 maggio precedente) e Borsellino erano due perdenti, due isolati, due battuti sia dalla magistratura che dalla politica. Perché mai ucciderli avrebbe dovuto provocare la rottura di tutti i rapporti? Semmai il contrario, visto che restavano in vita quelli che già prima erano vincenti. Difatti: l’inchiesta mafia-appalti, che i due volevano continuare, viene spezzettata e archiviata. Non credo i mafiosi se ne dolessero. Sempre secondo Brusca è in quel momento che si materializza un nuovo interlocutore, forse un referente: Mancino. Le bombe, dice il mafioso, servivano per sollecitare la politica a rispettare gli impegni presi.

Quando scoppiò quella fiorentina (27 maggio 1993, cinque morti), Mancino capì (ma lo disse poi) la sua natura mafiosa. Ma, dice sempre Brusca, il mancato attentato allo stadio Olimpio, sarebbe servito per vendicarsi contro chi non manteneva le promesse. Il fatto è che quella bomba fece cilecca il 31 ottobre 1993, mentre prima ne erano esplose altre tre: Via Palestro, Milano (27 luglio 1993, cinque morti), San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, Roma (28 luglio, nessuna vittima). Subito dopo, nel novembre 1993, Giovanni Conso non firma due rinnovi del 41 bis (carcere duro) sostenendo (sempre poi) di averlo fatto per evitare nuovi attentati. Il suggerimento gli venne da un uomo indicato e voluto da Oscar Luigi Scalfaro.

Sempre nel 1993 Brusca dice che Dell’Utri e Vito Ciancimino si offrono volontari per “portare” alla mafia la Lega Nord. E questa è una scena che avrei voluto vedere. Immagino fossero pronte le cuffie con gli interpreti. Oltre alla Lega ci sarebbe anche un’altra forza politica, di cui, però, non ricorda il nome. Passi che non scarseggiamo, ma addirittura dimenticarne il nome! Non paghi di ciò, o, forse, non riuscendo a farsi capire, decidono di prendere contatti con Berlusconi, per il tramite di un uomo delle pulizie di Canale 5, cui li avrebbe indirizzati Vittorio Mangano, il celebre stalliere di Arcore. Diciamo che non si trattava di entrature di prim’ordine. Mangano, quand’era vivo, non confermò mai roba simile. Ma, ammettiamolo. A che serviva il contatto? Era destinato ad avvertire (parole di Brusca) il futuro presidente del Consiglio che con la mafia non si scherza, che le condizioni del papello, consegnato a Mancino, dovevano essere rispettate e che il 41 bis doveva essere disapplicato. Peccato che, nell’ordine: 1. nel 1993 l’unico che poteva immaginare di finire a Palazzo Chigi era Berlusconi medesimo, visto che il resto d’Italia non ci credeva e lo prendeva anche in giro, i mafiosi, quindi, saranno pure disonorati, macellai e analfabeti, ma vedono lungo; 2. nessuna delle condizioni contenute nel papello fu mai onorata; 3. Il 41 bis, disapplicato da Conso, durante il governo Ciampi, fu ripristinato. Brusca sottolinea che il messaggio a Dell’Utri e Berlusconi era chiaro: se non obbedite sul 41 bis scoppieranno altre bombe. Non obbedirono e non successe nulla. Serve altro?

Sulle bombe precedenti, quelle del 1993, come ricordato all’inizio, Brusca sostiene che gli arcoriani non c’entrano, essendo da inquadrarsi in un vecchio discorso, condotto con quelli di prima. Ciò detto, la cosa più fessa del mondo è prendere queste parole e utilizzarle per tirarsele sulla schiena, con accuse reciproche. Noi constatiamo che il nostro ragionare su quegli anni si dimostra ogni giorno sempre più corretto, e ribadisco che non si può non partire dal modo e dai tempi scelti per la morte di Falcone. La storia di quegli anni deve essere ancora scritta, quella fin qui narrata è una barzelletta che non fa ridere. Il luogocomunismo mafiologico ha partorito mostri, e Brusca è uno di essi. Certo, quando si sentono le affrettate parole di Valter Veltroni, e la sua invocazione a che Berlusconi venga subito sentito dalla commissione antimafia, cascano le braccia, perché tanta impreparazione e arroganza non sono ragionevoli. Ma sì, si senta Berlusconi. Un minuto prima, però, provate a fare qualche domanda a Ciampi e Scalfaro. Magari chiedete a Luciano Violante.

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