Ricordate la storiella del dito e della luna, sicché lo stolto guarda il primo indicante e non vede la seconda indicata? A proposito della sentenza con cui la Cassazione strapazza e smentisce una precedente pronuncia, della stessa Corte, capita di peggio: taluni s’incaponiscono a sostenere che la luna sia il dito. Prendendo fischi per fiaschi. Per due volte, venerdì scorso, ho avvertito di non lasciarsi distrarre dal nome del condannato. Per due volte ho segnalato il pericolo delle tifoserie. Sicché ci torno, sperando che almeno s’intraveda, la luna.
Prima sgomberiamo il campo da alcune obiezioni, che ci sono state mosse. L’ottimo (ne sono convinto) Luigi Ferrarella, sul Corriere della Sera, scrive che mi sono sbagliato, che nel massimario la sentenza dell’agosto 2013 (che lui denomina “Mediaset”) è richiamata con “vedi” e non come “difforme”. Falso: le massime sono quattro, di cui due con il richiamo quale “difforme”, una “vedi” e la quarta senza riferimento. Scrive anche che Libero ha “dato la notizia senza riferimenti”. Falso: ho scritto la sezione, il giorno dell’udienza e quello del deposito in cancelleria, inoltre è riprodotto il frontespizio della sentenza stessa. Tanti erano i riferimenti che l’hanno trovata. E non era certo difficile, visto che sono pubbliche. Scrive che non abbiamo messo il nome del relatore. Accipicchia: c’era pure la foto! E si trova non una, ma due volte, nelle riproduzioni delle sentenze. La cosa curiosa è che tali obiezioni sono mosse come se volessimo nascondere qualche cosa, mentre la domanda più seria sarebbe un’altra: come mai la seconda sentenza è rimasta nascosta (essendo pubblica) fino a quando non l’abbiamo tirata fuori noi? Domanda cui non deve certo rispondere Ferrarella, semmai gli avvocati dell’interessato.
Ferrarella e Antonella Mascali (su Il Fatto Quotidiano) ci fanno osservare che i casi sono diversi. Quello della sentenza 2013 e quello della sentenza 2014. Grazie, mi pare ovvio. Anche due uxoricidi che s’incontrano in carcere hanno casi diversi: la moglie di uno si chiamava Carla e quella dell’altro Luisa. E’ il reato che è lo stesso. Come nel caso di cui ci occupiamo. Le disamine sul perché Silvio Berlusconi sia stato considerato colpevole sono interessantissime, ma vagamente oziose. Ove si fossero distratti ricordo loro che il condannato ha già scontato la pena. Ma trovo stupefacente che gente istruita supponga che l’accostamento fra le due sentenze, con la seconda che smentisce e svillaneggia la prima, sia una mia trovata primaverile. E’ la terza sezione della Cassazione ad averla fatta. I conti non si devono fare con il mio articolo, ma con quella sentenza successiva.
Veniamo ai commenti politici. Gli avversari di Berlusconi hanno taciuto. E hanno fatto bene, perché non si apre un dibattito politico sul merito di due sentenze. Invece è doveroso parlarne per quel che il contrasto di giudicato mette in evidenza. Perché quello è il problema generale, non legato alla sorte di questo o quel processo. Il silenzio, quindi, non basta. Cerco di chiarirlo prendendo in esame le tante dichiarazioni rese da politici vicini a Berlusconi.
Essi hanno parlato di attacco alla democrazia. Sbagliato. E’ la solita confusione (per il vero inammissibile) fra democrazia e diritto. La radice culturale di questo errore è la stessa che ha generato una corrente togata intitolata a “magistratura democratica”, che di suo è il segno di un deragliamento dal diritto. Certo che una democrazia è sempre uno Stato di diritto (non sempre si verifica il contrario), ma il metodo democratico presiede alla formazione delle leggi, non alla loro applicazione. Il che ci porta al cuore del problema: se è vero (come è vero) che la procura di Milano conteggiò la prescrizione senza che l’attesa della normale (la terza) sezione della Cassazione potesse mettere a rischio il processo, allora quegli imputati furono sottratti al loro giudice naturale. Non me ne importa un fico secco di cosa quel giudice avrebbe potuto stabilire. Mai vestito i panni dell’innocentista (o del colpevolista), mi aggiro con quelli del garantista, dell’amante del diritto.
Ora sappiamo, il che non è chiaro come la luna, ma abbagliante come il sole, che la Cassazione ritiene la sentenza dell’agosto 2013 “contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza”. E sappiamo che a scrivere le due sentenze è stata la stessa persona. Ma che deve succedere di più per rendersi conto che in Cassazione s’è aperto non un simposio, ma una faida? Lasciate che gli avvocati facciano gli avvocati, magari anche chiarendo perché non chiesero il rinvio. Ma è alla politica che spetta occuparsi del problema generale. L’ho scritto venerdì e lo ripeto: s’è scassata la Cassazione. A quanti ricordano, con aria ficcante, che la sentenza 2013 fu fatta firmare a tutti i componenti del collegio, cosa scritta e ripetuta mille volte, domando: e non vi pare la prova che si era consapevoli, fin da allora, dell’anomalia? Bene: anche la sentenza del 2014 è firmata da tutti. E sono cose che dovrebbero preoccupare, non rasserenare.
I politici del centro destra non si pensino praticanti avvocati, sicché tutti a parlare di procedure e revisioni (se la sognano, perché il contrasto di giurisprudenza non porta a nessuna revisione, semmai il combinarsi di quella con fatti nuovi, ma è, appunto, materia da avvocati). Ho scritto chiaramente quello su cui dovrebbero concentrarsi: in altri sistemi di diritto è prevista la verbalizzazione del diverso parere di uno o più giudici, con annessa argomentazione, da noi è proibita. Questa roba è da cambiare. Provino a fare i legislatori, visto che è in Parlamento che siedono. E anziché strillare contro leggi che hanno votato (come la Severino, di cui qui inutilmente avvertimmo i pericoli, non limitati alle sole decadenze), provino a proporne e votarne di sensate.
I politici di centro sinistra non si trincerino dietro il rispetto delle sentenze, per giunta passate in giudicato, perché non solo la difformità (per molti aspetti fisiologica, benché non ammirevole), ma il proclamato e rivendicato contrasto fra opposte e conviventi applicazioni della medesima legge pone un problema generale, che porta dritto all’affidabilità della giustizia e al modo in cui la manipolazione dei collegi giudicanti può distorcerla ad altri fini. Il che non riguarda Berlusconi, che mi pare in grado di sopravvivere e dimenarsi, ma una pletora di cittadini che, da questioni di questo tipo, ne escono tramortiti e annientati. Come la nostra giustizia.
La maggioranza di sinistra ci ha consegnato una buona legge, che riforma la custodia cautelare. Sarà decisiva l’applicazione, quindi il problema della giurisprudenza. Al tempo stesso insegue norme pazzesche, come l’allungamento della prescrizione, che è il modo migliore per rassegnarsi al peggiore sistema penale d’Europa, il più condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa è la luna. Gli amanti del dito se lo ciuccino altrove.
Pubblicato da Libero