Giustizia

Coperture reciproche

E’ normale che, in Italia, si faccia un gran parlare delle questioni relative all’amministrazione della giustizia, dato che nulla ha pesato nella nostra storia recente più dell’azione dei magistrati. Come spesso capita nelle discussioni pubbliche, anche in quelle meno rilevanti ed impegnative, alcuni esprimono opinioni e molti si fermano al partito preso.

Eppure la faccenda è troppo seria per potere essere liquidata in una sciocca e sterile contrapposizione fra chi sta con i magistrati e chi sta contro : tanto più che le persone serie sono a favore o contro a seconda dei casi particolari, e non in generale.

Nello scorso numero di Nuova Repubblica, con un interessante e stimolante articolo, si mettevano in luce i guasti conseguenti alla negazione di ogni serio diritto alla difesa, e, pertanto, al continuo dilatarsi del potere delle Procure. Denuncia, quella dell’articolo di P.N.M., più che fondata e giusta, dato che occorrerebbe essere ciechi per non accorgersi che nell’Italia di oggi il potere dell’accusa è divenuto inquietante, mentre l’idea stessa che l’inquisito possa difendersi è a mala pena tollerata. Quello che è importante, però, non è tanto accusare i deragliamenti, che ci sono stati, e non pochi, dal tracciato dei codici, ma capire il perché ci sono stati, il perché li si sono tollerati, ed il come si può porre fine a questa situazione senza per questo umiliare la giustizia, anzi, se possibile, facendola trionfare.

Taluno ha scritto che basterebbe non commettere più reati perché la magistratura smetta di avere un ruolo così vasto e così politico. Di sciocchezze se ne sentono tante, ma questa merita una menzione speciale. Tanto più che non va sottovalutata, visto che sono in molti a pensare che se è pur vero che la magistratura è uscita dal tracciato questo lo si deve al fatto che il mondo politico aveva calpestato il codice penale. Si tratta di un ragionamento apparentemente chiaro ed ovvio, che in realtà cela un errore enorme : guai, infatti, a giustificare con il reato, con la necessità di punirlo, la violazione delle regole fondamentali dello Stato di diritto, a farlo si finisce come la chiesa controriformista, che dava alla stregoneria ed all’eresia la responsabilità dell’inquisizione e dei roghi.

La storia di queste violazioni non comincia con l’inchiesta Mani Pulite, e non comincia con il conflitto fra magistratura e politica, anzi, comincia proprio da un accordo fra magistratura e politica.

Sarebbe bene rileggere quello che scrisse, a tal proposito, Achille Battaglia, nel suo I giudici e la politica, nel lontano 1962 : il giudice è sempre portatore di una opinione personale e, ritenendola giusta, tende a farla prevalere anche nel giudizio; ma il giudice trova un solo argine all’agire delle proprie opinioni, ed è la chiarezza letterale e concettuale della norma. Purtroppo in Italia moltissime norme non sono chiare dal punto di vista concettuale, e meno ancora da quello letterale. E tale poca chiarezza non deve essere attribuita (solo) ad una specie di analfabetismo del legislatore, ma alla propensione della politica italiana a mediare fra i conflitti, a non scegliere.

In alcuni casi questa propensione alla non scelta ha dato luogo ad una delega della politica verso la giustizia. L’esempio classico è quello della lotta al terrorismo : in quel caso magistratura e politica furono ben alleate nel favorire la violazione di molte norme dei codici, a cominciare da quelle a tutela di indagati ed imputati, pur di ottenere la morte di quelle organizzazioni criminali. Quello che in Germania fu la politica del governo e delle forze di polizia, in Italia fu l’azione della magistratura. Così si ebbero i “teoremi” d’accusa, così si favorirono scandalose carcerazioni preventive di durata infinita (mi permetto di definirle scandalose perché le denunciai già allora, e le denunciai prima di tutto quando colpivano i terroristi fascisti, ovvero, all’epoca, persone politicamente indifendibili).

E se il terrorismo è l’esempio più vistoso, più politico, non per questo è l’unico. Venendo alle cose che coinvolgono tutti i cittadini si può ricordare che il legislatore, incapace di difendere i diritti dei piccoli proprietari di case, spinto dalla demagogia a varare una legge sciocca e dannosa come quella dell’equo canone, ha scaricato sul giudiziario la difesa degli interessi legittimi. E in molte altre zone del diritto civile ha fatto altrettanto. Da qui nasce affittopoli, certo, ma da qui nasce anche la inesplorata landa della corruzione giudiziaria, sulla quale non si fa luce solo perché il dilaniamento cannibalesco fra magistrati non è ancora giunto al suo grado di perfetta maturazione.

Ecco, dunque, degli esempi in cui il potere politico ed il potere giudiziario hanno agito in perfetto accordo, sostituendosi a vicenda nella manchevolezze dell’altro (non si dimentichi, infatti, che anche il potere politico è accorso a sorreggere quello giudiziario, quando si è trattato di allungare ulteriormente le carcerazioni preventive per processi che dopo anni ed anni non erano ancora giunti ad una conclusione; oltre che nel consentire che non avesse limite alcuno la difesa dei privilegi corporativi della magistratura).

L’inchiesta Mani Pulite, quella in cui i magistrati divorano i politici, segna la rottura di quell’accordo? No, non è così che stanno le cose, ed è questo il motivo per cui nego che quella dei giudici (come vengono erroneamente chiamati) sia stata una rivoluzione : Mani Pulite è solo la conseguenza di quell’accordo.

Il sistema che crolla sotto i colpi delle inchieste è, a dispetto di certe arroganze, debolissimo : è un sistema, ma non è un potere. E’ corroso dall’incapacità di produrre legislativamente. E’ colpito da una crisi di credibilità che lo accomuna a molti altri sistemi politici occidentali (quelli comunisti, ringraziando il cielo, erano crollati prima). E’ indebolito dalla crisi economica. Ed è anche ammalato di corruzione.

La magistratura agisce ancora una volta in sostituzione, come nel passato, ma questa volta senza accordo, senza delega. Inoltre, scagliandosi contro la politica, si colloca sul fertile terreno dell’antistatalismo, che concimato con le conseguenze della crisi economica, ed arato dalla sciocca arroganza di alcuni protagonisti politici, fornisce i frutti rigogliosi di un consenso popolare, a sua volta alimentato da un sistema dell’informazione sempre più al servizio di chi ne detiene la proprietà. Questo, secondo me, è quello che è accaduto. E ne trovo conferma nel fatto che la pretesa rivoluzione non ha prodotto alcuna soluzione dei problemi collettivi ed ha portato alla ribalta un personale politico se possibile peggiore di quello che c’era prima.

Certo, per ottenere questo si sono anche calpestati i codici ed il diritto delle persone, ma questo arriva come conseguenza. Tant’è che oggi siamo tutti in un vicolo cieco : che senso ha continuare in una rivoluzione che non ha nulla di rivoluzionario? che senso ha continuare ad accertare quello che tutti già sanno? e come si può fermare la macchina senza per questo tornare a violare, o umiliare, le leggi? Sono domande su cui sono pronto a tornare, se Nuova Repubblica vorrà ancora ospitarmi, ma per adesso ho già scritto troppo.

Aggiungo una sola cosa : quello che temo di più, quello che farà veramente male all’Italia, è la menzogna. La pervicace volontà di non fare i conti con noi stessi, con i mali della politica, della giustizia, dell’industria, della pubblica amministrazione, ci spinge a nascondere tutto sotto le bugie : la rivoluzione dei giudici, il trionfo della giustizia, ed altre simili corbellerie. Attenti, sono cose che fanno male, che prima o poi si pagano. Del resto, l’odiato (ma non da tutti) consociativismo, non nasce proprio dal patto antifascista, e non è stato rinvigorito dalla “nuova resistenza” ? E in quelle unità antifasciste non si trovavano forse le medesime forze che operavano in Italia durante il fascismo, le quali, quindi mentivano? E’ difficile non capire che continuando a mentire si crede di trovare facili e furbe vie d’uscita a crisi difficili, ma, in realtà, si favorisce il permanere del peggio della nostra storia e realtà nazionale.

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