Giustizia

Destinatari della bomba

Chi ha messo la bomba, a Reggio Calabria, sta parlando con qualcuno, che si trova dentro la procura della Repubblica, o in qualche altro palazzo dello Stato. Le cose che ascolto e che leggo non mi convincono, l’idea che la ‘ndrangheta abbia fatto esplodere un ordigno per intimidire i magistrati e far cessare il sequestro dei propri beni è disarmante, nel suo banale conformismo. E che risultato ottiene, se non l’esatto contrario?

No, chi ha commissionato l’attentato si è ben raccomandato che nessuno si facesse del male, sicché l’esplosione è avvenuta alle cinque di una mattina domenicale. Neanche un cane, poteva passare da quelle parti. Ha voluto, inoltre, che la tecnica fosse tale da far sentire il botto a tutti, senza per questo far crollare nulla. E’ un avvertimento, il tentativo di riallacciare un dialogo, di far sapere all’interlocutore che gli accordi vanno rispettati. Non credo affatto che, per organizzare il crimine, servano menti particolarmente acute, e quando leggo apologie sulla presunta finezza finanziaria dei riciclatori, o lucida spietatezza dei manovali, provo fastidio. Neanche credo, però, che si possa governare un mercato così vasto e complesso, affidandosi a gente che per evitare i sequestri mette le bombe, giacché questo sarebbe il trionfo dell’ottusità. No, c’è dell’altro.

La ‘ndrangheta non è più, da tempo, la proiezione criminale e violenta dell’analfabetismo accattone. Il suo orizzonte non è più la sola Calabria. Non è la parente povera, e senza storia, della mafia. Anzi, la ‘ndrangheta è la più ricca delle organizzazioni criminali, perché ha visto espandere il proprio dominio, ed il territorio su cui operare, grazie al commercio di droga e all’accordo con i cartelli colombiani, e ha moltiplicato tale ricchezza mettendo a disposizione dei sud americani i propri canali di riciclaggio. E’ una multinazionale. Ma ha bisogno della Calabria, perché non può rinunciare ad una base operativa, ad un porto per le proprie merci, ad un tessuto connivente per far partire i corrieri.

Reggio Calabria, tanto per citare un dato, sta ai vertici della disoccupazione giovanile e in fondo alle classifiche del reddito. Ma se andate in quella splendida città, se passeggiate sul lungomare, se vi recate al ristorante, non avete l’impressione di aggirarvi fra le favelas, né spendete poco per muovervi. Segno che il denaro fluisce. Non sostengo che i reggini, o i calabresi, abbiano un’antropologica propensione all’essere conniventi, sostengo una tesi assai diversa: qui, lo Stato non fa il suo mestiere.

Le contaminazioni avvengono per non rilevata contiguità. La connivenza non ha bisogno di folcloristiche affiliazioni, ma si nutre del taciuto e dell’omesso, seguendo fili che partono dall’infanzia e si dipanano nei legami di sangue. Tanto per essere chiari: un magistrato, o un cancelliere, o un appartenete alla polizia giudiziaria non sono utili se ufficialmente aggregati alle cosche, ma se avvicinabili, perché conosciuti, perché nessuno nasce ieri e nessuno vuol morire domani. L’organizzazione criminale sa bene che se mandi un picciotto a sparare o a spacciare e lo Stato lo prende, quello va in galera e ci resta. E’ nelle regole. Il danno non è irreparabile, perché un altro prenderà il suo posto e l’organizzazione provvederà alla sua famiglia, così si salvano operatività e solidarietà. Le cose cambiano se indagini e sequestri imboccano una via attiva, se l’operatività degli inquirenti non è il frutto di una specifica azione criminale, ma l’indotto di una visione e condotta investigativa. Quella è la situazione in cui può essere conveniente uscire dal silenzio, per i criminali, avvertendo gli “altri” che si stanno infrangendo le regole della convivenza.

Può darsi che mi sbagli. M’insospettisco, però, quando vedo citare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sostenendo, a sproposito, che l’intimidazione mafiosa non andò a buon fine e lo Stato seppe tenere alta la guardia. Non ne sono affatto sicuro. L’inchiesta “mafia-appalti”, ad esempio, cui i due avevano lavorato e sulla quale volevano tornare, finì nel nulla. La loro condotta investigativa, che utilizzava carabinieri poi finiti sotto processo perché sospettati d’essere mafiosi, consisteva nel considerare il fenomeno in modo unitario, per avere una visione d’insieme e ricostruire l’intera rete, anche fuori dal mondo strettamente mafioso. Dopo la loro morte s’imboccò una strada ben diversa: il procuratore Pietro Giammanco la spezzettò e distribuì per competenza, mentre i carabinieri, appunto, finirono sul banco degli imputati. E questa sarebbe la vittoria dello Stato? Il suo restare vigile? Non se ne parla mai, però, quando ci si sente in diritto di citare Borsellino e Falcone.

Sta succedendo qualche cosa di simile, a Reggio Calabria? È iniziata una guerra contro certi magistrati, per lasciare che gli altri vadano burocraticamente avanti? Non lo so, e spero di no. Ma la ‘ndrangheta non mette bombe al solo scopo di consentire a chiunque di fare il solito commento scontato.

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