Giustizia

Difendo la valletta

Scrivo in difesa di una valletta, scrivo contro l’ipocrisia e l’inciviltà giornalistica. Tutti i giornali ne danno notizia, Il Corriere della Sera e La Stampa, addirittura in prima pagina, e tutti, ancora una volta, si distinguono per servilismo inquisitorio e delicatezza da macellai: sgominato un giro di ragazze squillo, disposte a prostituirsi financo a Dubai.

Una gran notizia, non c’è che dire, specie se pubblicata da quotidiani che, nelle pagine interne, suggeriscono ai propri lettori quali numeri chiamare per potere disporre di una squillo.

La questione è seria, anche se ridicolo il moralismo giornalistico. E’ seria prima di tutto perché ogni cittadino è e deve essere considerato innocente fino a quando una condanna non è definitiva, e qui, di condanne, non ce ne sono neanche di provvisorie. C’è la solita velina di procura, il solito suggerimento ai cani latranti. E basta questo per sbattere in prima pagina una signorina di cui io ignoravo l’esistenza, che ha tutto il (violato) diritto a difendere il proprio privato, una cittadina italiana che ha tutto il diritto di far quello che le pare, almeno fino a quando qualcuno non è in grado di dimostrare che sta commettendo dei reati (e qui nessuno ha ancora dimostrato niente). Una persona che il giornalismo becero e lecchino non esita a vender come carne d’inchiesta, senza nemmeno sentire l’elementare dovere di acquisire la sua versione dei fatti.

E’ incivile il giustizialismo giornalistico, e non ci stancheremo mai di denunciarlo, anche quando addenta un’ex valletta. E’ miserabile il moralismo di chi scrive contro la prostituzione, su fogli finanziati anche dalle prostitute.

Il moralismo è una malattia infettiva e pericolosa, ed in tal senso voglio autodenunciarmi. Anni fa, servendo in uno dei palazzi che si dicevano del potere, osservai moralisticamente che una tal signora faceva carriera grazie alla sua beltà. Un non dimenticato maestro, Paolo Ungari, mi fece osservare che anche io mi trovavo lì a vendere una dote naturale: lo scrivere, e che non stavo scrivendo quel che pensavo, ma quel che ero incaricato di scrivere. “Ti senti migliore?”. No, Paolino aveva ragione. Certo, né lui né io abbiamo mai accettato di far carriera scrivendo contro altri, per giunta inermi ed indifesi. Forse è questo il motivo per cui di carriera ne abbiamo fatta poca.

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