Giustizia

Discorso al Parlamento

L’idea di rivolgere un discorso al Parlamento, in tema di giustizia, è ottima. Semmai tardiva. Il presidente del Consiglio avrebbe già dovuto farlo da tempo, legando le riforme all’enunciato disegno politico. Fin qui è mancata la visione d’insieme, la coerenza e la tenacia delle riforme complessive, procedendo invece al ritmo sincopato delle urgenze e delle scadenze processuali. Attribuirne le colpe e distinguere le responsabilità è importante, ma si deve stare attenti a non cadere nel dilemma dell’uovo e della gallina. E’ ora di far la frittata.

Rivolgersi al Parlamento significa anche rivolgersi al Paese, cui è dovuta una spiegazione. Impostare un discorso programmatico serve a non farsi inforchettare nella confusione fra riforme necessarie e tamponi urgenti, destinati ad evitare esiti processuali particolari, sebbene rilevanti. La sede parlamentare è la più opportuna, perché è lì che si deve riprendere a difendere la sovranità popolare, anche con la ragionevole tutela degli eletti dalle iniziative giudiziarie. Una qualche forma d’immunità è prevista in tutte le democrazie, senza che questo intacchi l’uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge. Da noi, invece, ci si sta avvitando in un dibattito assurdo sullo scudo, limitandolo troppo nei soggetti da proteggere e subordinandolo troppo a stramberie politicanti (che senso ha stabilire l’impossibilità di usarlo per più di un mandato? allora tanto vale dire che non può esserci riconferma in quell’incarico, il che ci renderebbe una democrazia unica, e anche ridicola).

Se il discorso sarà efficace non potrà che soffermarsi sia sulle riforme costituzionali, a partire dalla separazione delle carriere e dall’obbligatorietà dell’azione penale, sia su quelle ordinarie. Non dimenticando l’importante azione, già avviata, per portare la giustizia nell’era della telematica (e non è un problema di soldi, ne sono stati già spesi più del necessario). Circa il primo punto ho letto che Gianfranco Fini è disponibile a parlarne, salvo osservare che portare i magistrati sotto l’amministrazione governativa sarebbe un ritorno al fascismo. Fa piacere vedere che certi tabù cadono, e che oggi si è disposti a discutere di ciò che ieri si escludeva. Evviva. Ma trovo singolare che chi ha a lungo capeggiato il partito post-fascista abbia le idee così confuse sul fascismo: intanto i magistrati del pubblico ministero sono, in Francia, subordinati al dicastero della Giustizia, senza che risulti essere quello un regime fascista, e, comunque, nel ventennio i fascisti furono costretti a dar vita al “tribunale speciale”, proprio perché i magistrati non intendevano piegarsi alle pressioni e agli inquinamenti politici. Il problema odierno è diverso, e per certi aspetti opposto, visto che la magistratura è autogovernata da un organismo iperpoliticizzato e stracorporativo.

Silvio Berlusconi, quindi, metta il Parlamento davanti a un percorso riformatore chiaro, dettagliato e scadenzato. Lo calibri sugli interessi del Paese, facendo rientrare fra questi la tutela del mondo politico. Dopo di che si proceda a tappe forzate, e se qualcuno si mette a far lo spiritoso lo si porta al volo davanti agli elettori. I quali, da tempo, si divertono poco.

Condividi questo articolo