Giustizia

Fuori i criminali (?!)

Ho letto le parole di Silvio Berlusconi, circa la necessità di tenere lontani dai partiti, quindi dalle candidature, chi commette dei reati. Di primo acchito la reazione non può che essere positiva: giusto. Poi ci si pensa, e le cose si complicano. Chi sono, quelli che commettono reati? In un Paese normale e civile sono quelli condannati per averli commessi. Si può discutere su quali siano i reati per i quali è giustificata l’esclusione, tenendo presente che talune condanne comprendono la perdita dei diritti politici, mentre altre condotte non meritano una tale, grave sanzione. Ma, insomma, cerchiamo di non essere ipocriti, stiamo parlando dei reati contro la pubblica amministrazione, a cominciare da corruzione e concussione.

Credo nessuno ritenga utile tenersi certi figuri nella vita pubblica, politica e istituzionale. Il punto è: se ci vuole una condanna definitiva, stiamo freschi, perché rischiamo di liberarcene dopo un decennio, o mai. A Berlusconi è stato chiesto: basta una condanna non definitiva? Ha risposto: dipende, caso per caso. Qui le cose si complicano, perché tutte le candidature dovrebbero essere decise caso per caso, e un Tizio posso ben non volerlo, anche se immacolato. Un tempo, poi, anche gli elettori decidevano candidato per candidato, cosa che, adesso, è in gran parte negata (non sempre, perché abbiamo tanti sistemi elettorali quante sono le assemblee elettive!). Il problema del gradimento e della valutazione personale, quindi, si pone sempre.

Se, però, lo si pone in modo particolare quando c’è un’iniziativa penale in corso, le cose da complicate si fanno sdrucciolevoli, perché si rischia di consegnare alle procure il diritto di stabilire chi può candidarsi, quindi di esercitare un’influenza indebita sulla politica, così come di arrecare un danno irreparabile a degli onestissimi cittadini, incolpevolmente accusati (e sono tanti). E’ un terreno delicato, dove procedere a sciabolate rischia di dovere ricorrere a tante di quelle eccezioni da rendere superfluo, se non addirittura ridicolo, avere enunciato il principio.

Il dilemma è apparentemente irrisolvibile, e da qualsiasi parte ci si sporga si rischia di cadere nel vuoto. Se la giustizia funzionasse, però, il dilemma non esisterebbe. Era la regola del galantomismo d’un tempo: l’indagato si fa da parte, anche per difendersi meglio, quindi ottiene giustizia e torna sulla scena. Perfetto. Il tributo che pago al mio diritto di cittadinanza è anche quello d’essere ingiustamente accusato. La cosa, però, deve risolversi in tempi brevi. Da noi, invece, non solo il tempo si misura in lustri, ma le inchieste sono come le bambole matrioska: ciascuna ne contiene un’altra, sicché si può andare avanti all’infinito.

Faccio queste osservazioni perché se si vuole che i criminali siano puniti occorre avere una giustizia funzionante, e non un fai da te etico che lascia il tempo che trova e si contraddice in tempo reale. La maggioranza parlamentare ha la forza numerica per riformare la giustizia. Trovi lucidità d’idee e volontà politica.

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