Giustizia

Giudice, dica cheese

Un’immagine, una foto, spesso, raccontano più di mille pagine. Ne ho visto una, sulla quale ho meditato a lungo.

Siamo fuori dal Tribunale di Potenza, uno sportivo Henry John Woodcok, pubblico ministero, vestito di jeans, a cavalcioni di una moto sportiva, con il casco sotto al gomito, guarda e si rivolge ad una fanciulla; lei ha la minigonna, calze scure velate, un giubbetto nelle cui tasche infila le mani, un maglione, credo, annodato attorno al collo, ma non tanto stretto da coprire la camicetta bianca, si chiama Gerardina Romaniello, ed è il giudice delle indagini preliminari. I due sono fermi, lei ha le gambe in posizione di riposo e, del resto, non potrebbe certo andarsene, visto che la moto le sbarra la strada. Potremmo essere fuori dallo stadio, od in riva al mare, dove due amici s’incontrano e scambiano qualche battuta. Invece siamo davanti al Tribunale.
Una foto è una foto, nulla di più. La Hart, nel suo romanzo “Il Danno”, fa dire al protagonista che osserva le fotografie per cogliere nei volti, negli occhi, la traccia di un destino. Suggestivo, ma non consentito, specie quando i destini devono ancora compiersi. Questo scatto non ci autorizza a nessuna conclusione. Forse.
O forse no. Perché quell’immagine mi mette a disagio. Insomma, jeans, minigonna, casual a gogò, ma esiste un po’ di decoro? Sì, lo so, l’abito non fa il monaco e si può essere magistrati eccellenti anche in bermuda. Ma non va bene lo stesso, perché questi sono funzionari dello Stato, pagati per amministrare una materia delicatissima, che è la sicurezza e la libertà dei cittadini, e dovrebbero avere la buona creanza di non scambiare il Tribunale per un campo ricreativo.
E, poi, il giudice dovrebbe far la cortesia di non considerare il pubblico ministero alla stregua di un compagno di giuochi. Si, perché i due stavano giuocando, al giuoco dell’inchiesta, del falso sfuggire alla pressione della stampa, al giuoco del “non parlo, ma ne avrei, di cose da dire”. Se c’è una cosa impossibile è che non si siano accorti del fotografo, ed essendosene accorti nessuno dei due ha avuto la sensibilità di avvertire l’anomalia alla quale si stavano prestando. Il giudice riceve gli avvocati, se li vuol riceve, nel suo ufficio, non al bar, né per strada; così dovrebbe fare anche con il pm. Non sente questo bisogno? Fa male, molto male.
Si dirà: ma nulla di tutto questo mette in dubbio l’autonomia del giudice, tant’è che proprio quel giudice ha appena rigettato una sfilza di richieste di custodia cautelare, presentate da quel pm. Sbagliato, l’autonomia del giudice non consiste nel rigettare, ma nel decidere in modo sereno, fondato sulle leggi e non sui rapporti personali. Non è autonomo il giudice che rigetta e succube quello che approva. Quindi l’obbiezione è respinta.
Cercatela, questa fotografia, osservate i due colleghi appena fuori dal loro posto di lavoro: giovani, liberi, belli, disinvolti, informali, alla moda, cordiali. A che serve scrivere pagine e pagine sulla necessità di separare le carriere? E’ tutto lì, nella foto.

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