Giustizia

Giustizia europea

Adesso anche per le cause di separazione e divorzio incombe l’incubo dei ricorsi contro l’irragionevole durata dei procedimenti. Il che significa che l’Italia della giustizia è sempre più ai margini dell’Europa, sempre più sul banco degli accusati per avere violato i diritti dell’uomo.

Quando il Parlamento, in fretta ed in furia, per porre un argine alle centinaia di condanne che piovevano da Strasburgo, decise di costringere gli italiani ad un ulteriore passaggio vessatorio, vale a dire il ricorso in corte d’Appello per la sola durata irragionevole di un procedimento, fummo fin troppo facili profeti: a. il trucco avrebbe rallentato le condanne all’Italia per il massimo di un anno, poi la macchina della Corte Europea si sarebbe rimessa in moto; b. i ricorsi in corte d’Appello sarebbero divenuti ulteriori procedimenti irragionevolmente lunghi; c. ammettere, in Italia, i ricorsi per il solo tempo non impediva quelli per tutti gli altri motivi previsti dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Profezia avveratasi, e l’Italia rimane il paese più condannato.
Su questa patologia è cresciuta quella dell’uso politico dell’azione giudiziaria, che interagisce con i mezzi di comunicazione, spostando il processo al di fuori delle aule di giustizia. E’, questo, un fenomeno non solo italiano, e non di meno un fenomeno d’assoluta inciviltà.
Ogni volta che il legislatore tenta una riforma, immediatamente arrivano le critiche dal mondo togato. Il guaio è che si accende, in questo modo, un conflitto fra poteri, accrescendo la deriva corporativa della magistratura, che talora crede di avere un potere di sindacato preventivo sull’opera del legislatore. Un pericoloso deragliamento dalle regole minime dello Stato di diritto.
Non v’è persona ragionevole, e fra queste anche molti magistrati, che non si renda conto dell’impossibilità di continuare con quest’andazzo. Tanto più che i procedimenti pendenti sono, oramai, un tale numero da rendere illusoria la possibilità di rendere giustizia.
All’amministrazione della giustizia non si può certo rinunciare, ed uno degli elementi che la rende possibile è certamente l’indipendenza d’ogni singolo magistrato dagli umori della piazza e dalle pressioni delle organizzazioni politiche, siano esse partiti politici o correnti dei magistrati stessi. Né si può rinunciare alle garanzie per il cittadino, cui la Costituzione e le Convenzioni sui diritti dell’uomo assicurano una presunzione d’innocenza che diviene illusoria, ed anche beffarda a fronte di procedimenti cui si è sottoposti per decenni.
Se l’Italia è il grande malato, ed il grande condannato, è anche vero che queste patologie sono ampiamente diffuse in tutti i paesi d’Europa. Questo giustifica un’iniziativa dell’Unione. Qualche passo in avanti lo si è fatto con il Trattato di Amsterdam, ma è ancora troppo poco. E’ vero che per potere parlare di Unione Europea occorre non limitarsi a puntare sulle questioni economiche, occorre avere una condotta coerente in politica estera. Ma è altrettanto vero che non potrà parlarsi di vera Unione senza una comune dottrina della difesa dei diritti del cittadino, e senza una comune difesa del corretto funzionamento della giustizia.
Sembra proprio che i legislatori nazionali non siano nelle condizioni per allontanare i loro paesi dalle macerie fumanti di sistemi giudiziari trascinati fuori dal loro compito naturale. Forse è proprio quella europea la sede capace di riprendere il cammino verso la civiltà ed il diritto.

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