Giustizia

I conti con la storia

L’ultimo libro di Ugo Intini (“La politica globale”, MondOperaio) è un lavoro serio, approfondito, interessante ed originale. Il fatto che abbia avuto così scarsa eco sulla stampa e nel dibattito culturale e politico è di per sé significativo. E se questo fatto rende più difficile la conoscenza e la diffusione di pagine che meritano di essere lette, per altro verso rappresenta un premio per l’autore: dimostra che ha ragione.

Sappiamo tutti che le pagine, cosiddette culturali, dei giornali sono in appalto agli uffici pubbliche relazioni delle case editrici e che, da questo punto di vista, l’editore d’Intini non è certo fra i più forti, ma non c’è solo questo. C’è anche il fatto che nel libro si racconta la lunga ed umiliante storia di un decennio di giornalismo italiano, nel corso del quale i giornalisti sono stati fedeli esecutori di uno spartito scritto altrove. Pubblicatori acritici e proni delle veline procuratorili, supini servitori d’interessi economici e politici di cui, forse, sfuggiva loro la stessa natura.

Una vicenda vergognosa, di cui taluno effettivamente si vergogna. E’ comprensibile, allora, che non si festeggi la pubblicazione del referto autoptico sul cadavere della libertà di stampa.

Nel dibattito culturale e politico, invece, il libro di Intini ha trovato lo spazio che lo stesso autore descrive e prevede. Poco, nell’ombra, sottovoce. Ma non per cattiveria contro di lui, bensì perché la politica, e la cultura politica, sono state impalate ed uccise dal vento mefitico dell’antipolitica. Si è criminalizzato non solo il mondo politico, ma la politica stessa; si è teorizzata non più la mediazione, ma la rappresentanza diretta degli interessi; si sono gettate a mare tradizioni e storie. Alla fine, secondo una delle più fosche previsioni di Giorgio Gaber, le idee sono state sostituite dagli indici d’ascolto.

Oggi, qualche Bella Addormentata, scopre che ci sarebbe bisogno di mediazione ed elaborazione politica, ma non ricorda affatto il momento in cui, con gusto e piacere, addentò la mela avvelenata.

Ugo Intini fu stretto e leale collaboratore di Bettino Craxi, il quale subì il trattamento giudiziario a tutti noto, e nei confronti del quale l’ostracismo politico sconfinò largamente nell’odio personale. Per questo ci tiene a sottolineare che, fin dall’inizio, la tesi del “complotto comunista” non fu una tesi socialista. Per la verità, vale la pena ricordare, non fu una tesi di nessuno: fu solo una banalità che i fanatici del manipulitismo, fascisti e leghisti in testa, attribuivano agli altri per farli apparire scemi oltre che corrotti.

Vi fu una colpa “comunista”, nel senso che vi fu, e vi è, una colpa della sinistra che fino a poche ore prima militava sotto le bandiere del comunismo italiano, e tale colpa fu quella di pensare si potesse approfittare del procurato e violento crollo del sistema democratico, il credere che se le toghe smentivano e smontavano il risultato di libere elezioni questo avrebbe procurato qualche giovamento ad un partito che ancora non aveva (ed in gran parte non ha) fatto i conti con se stesso. Questa colpa, politicamente grave, si trascina ancora oggi. Ma non solo non è un elemento del “complotto”, ne è addirittura la smentita: quella sinistra non solo non orchestrò, ma non capì nulla di quanto stava succedendo.

Certo, il colpo di mano giudiziario non sarebbe stato possibile senza la lunga preparazione militante di Magistratura Democratica, senza la copertura di cui questa poté disporre presso il partito comunista. Ma ciò spiega solo in parte quel che avvenne, spiega il meccanismo della ghigliottina, non la decisione di utilizzarla. E qui il lavoro di Intini torna utile, che se ne condividano o meno le conclusioni.

Torna utile perché è fra i pochi che cerca di incastonare le vicende italiane in un quadro più generale, e di leggere le nostre vicende nazionali in modo non settoriale. In altre parole: prova a descrivere la mappa dei poteri e mostra come questa sia cambiata, come la soppressione della democrazia dei partiti abbia reso possibili alcuni transiti di potere e di ricchezza. Alla fine dell’opera l’Italia è più povera, più marginale, meno democratica. E non è passato un secolo, è avvenuto tutto in dieci anni.

Oggi va di moda, in Italia, l’eterno “scurdammuce ?o passato”, guardiamo avanti. Bello da dirsi, nobilita l’ottuso che lo dice. Del resto è vero: quella poca politica che c’è non può esaurirsi nell’esame delle cose passate, deve essere capace di guardare ai nuovi doveri, nel mondo che c’è dato vivere. Epperò, non si va da nessuna parte se continuiamo a mentire sul passato, non si costruisce niente se nelle fondamenta buttiamo i cadaveri delle nostre anime. Non esiste politica che non sia figlia della cultura, e non esiste cultura che ignori la storia. Quei dieci anni italiani, quindi, sono lì, fermi e solidi, ed attendono ancora che si facciano i conti.

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