Giustizia

I conti e la corte

E’ ancora apertissimo il problema creato dal comma 1346 del mostruoso emendamento governativo alla finanziaria, che rimodula i termini temporali entro i quali può aprirsi un procedimento innanzi alla Corte dei Conti, di fatto accelerando le prescrizioni.

Il governo ha in animo di presentare un decreto legge per correggersi, ma, a parte la non certa efficacia della riparazione, si può dire che, in questo modo, il buco s’allarga e la toppa si colora sempre di più. Infatti, il governo dovrà chiedere al Parlamento (che approverà, per disciplina di maggioranza, ma sempre più ai bordi della Costituzione) di considerare necessario ed urgente un decreto che vada a modificare una norma sulla quale il governo stesso aveva posto la questione di fiducia. In altre parole, sempre sulla fiducia, il governo chiede al Parlamento di votare una cosa ed il suo contrario. Una bruttura politica, ma anche uno sfregio costituzionale.

La necessità di porre rimedio a quel comma, comunque, non può e non deve prescindere dal fatto che la Corte dei Conti già non funziona di suo. Lasciamo da parte, solo per oggi, la funzione giurisdizionale, dove ogni giorno si massacra il diritto ad un processo equo ed in tempi ragionevoli, il male è assai più vasto perché sono numerosi i magistrati di quella Corte che partecipano attivamente e personalmente alle scelte di spesa pubblica che poi criticano, o addirittura giudicano. Basterebbe pubblicare la mappa completa dei togati che prendono parte a consigli d’amministrazione di società pubbliche, che hanno incarichi di controllo presso amministrazioni dove le cose non seguono la retta via della regolarità, che svolgono funzioni di vario genere in organismi amministrativi, che sono consiglieri, capi di gaminetto, collaboratori a vario titolo di amministratoti locali e nazionali, basterebbe avere quel quadro davanti agli occhi per toccare con mano l’assurdità di volere ancora credere ad una funzione indipendente e terza di quei giudici.

Da ultimo è stato sollevato il caso della Calabria, dove la giunta regionale assegna incarichi di docenza, retribuita, a quegli stessi magistrati che ne dovrebbero controllare la regolarità. Ma questa è solo una goccia, e neanche la più maleodorante.

Ogni anno si svolge lo stanco ed inutile rito dell’innauguarzione dell’anno giudiziario, con i giudici contabili che dispensano moniti e richiami a destra ed a manca. Ma mai che si sia udita una parola sulla dignità della Corte stessa, e se si rivendica la sua indipendenza lo si fa non per scoraggiare i colleghi a prestarsi troppo alle collaborazioni spurie, ma semmai per chiedere più quattrini, premessa, a loro dire, indispensabile per potere meglio arginare la spesa pubblica improduttiva.

Lo so, queste sono parole al vento. Sono anni che le spargo e conosco bene l’indifferenza con cui vengono accolte. Ma, prima o poi, i nodi vengono al pettine ed il marcio a galla, e quel giorno qualcuno metterà mano all’unica riforma utile presso la Corte dei Conti, la sua abolizione.

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