Giustizia

I veleni del 41 bis

Sono sicuro che molti non si commuovono, nel sapere che dei mafiosi sono stati destinati al “carcere duro”. Ben gli stia, pensano. E non hanno torto. Sono, però, altrettanto sicuro che gran parte degli stessi ci ripenserà, un volta conosciuta la storia del “carcere duro” ed i suoi effetti corruttivi. Difendendo quella disciplina non si dimostra di avere il pugno di ferro, ma la testa di legno. Qui di seguito cerco di farne comprendere il pericolo. Anticipo, intanto, che mi accodo a Filippo Facci e ne chiedo la cancellazione, non tanto del 41 bis, quanto del suo uso post-1992. Con il che, praticamente, ci siamo autodenunciati per concorso esterno in trattativa di stampo mafioso. Ma abbiate la pazienza di leggere, e scoprirete che non si tratta di una faccenda umanitaria.
Tutti parlano del 41 bis. Ma 41 bis di cosa? La legge che regola l’ordinamento penitenziario è del 1975 (numero 354). All’articolo 41 stabilisce (ironia dei codicilli) che non può essere usata violenza nei confronti dei detenuti, e che nessun intervento è consentito, se non regolato dalla legge. Il “bis” è stato introdotto nel 1986, da una legge (maxi ironia) nota per essere garantista e, addirittura, troppo buona con i detenuti: la legge Gozzini (numero 663). Nel “bis” si prevede che, in caso di rivolte o particolari pericoli, si posono sospendere le regole interne al carcere, compresa quella dell’articolo 41. E, fin qui, tutto bene, perché è logico che se c’è una sommossa interna al carcere sia non solo lecito usare la forza, ma anche sospendere i colloqui, le ore d’aria, il ricevimento di pacchi e così via. La norma, ovviamente, ha validità temporanea, legata ai fatti.
Il guaio si crea dopo la bomba di Capaci e la morte di Giovanni Falcone, quando, con un decreto legge (dell’8 giugno 1992), scritto per far vedere che si stava facendo qualche cosa, si stabilisce che il regime di 41 bis sia utilizzabile non solo per determinate situazioni di pericolo, ma anche per determinate categorie di detenuti. I mafiosi in particolare. Nel decreto c’era scritto che la validità della norma era limitata a tre anni, ma, da allora in poi, non s’è fatto che prorogare. Nulla è più definitivo del provvisorio.
Nessuno di noi ha alcuna nostalgia per le carceri colabrodo, dalle quali i mafiosi continuavano a governare i loro sudici affari. Il palermitano Ucciardone era più un’occasione d’incontri che una neutralizzazione dei disonorati. A questo si aggiunga che mentre la famiglia di un ladro non necessariamente è composta da ladri, nel caso dei mafiosi è largamente probabile che i legami di sangue siano altrettante piste di complicità. Quindi, ben venga la registrazione dei colloqui ed il controllo della corrispondenza. Da qui a non potere toccare i familiari, ci corre. Da qui a non potere parlare liberamente con il proprio avvocato, ci passa un treno, chiamato civiltà del diritto. Da qui a consentire la tortura cementificata, scorre un fiume innanzi al quale lo Stige dantesco era limpido e profumato.
Visto che i governati di uno Stato moscio si nascondono dietro le proroghe del carcere duro, ne deriva che chi lo amministra può sottoporre questo o quel detenuto a una vita che si fatica a definire tale. Questa è la linfa che rende sempre verde la pianta del pentitismo un tanto al chilo, perché rende costantemente attiva la trattativa circa il futuro che aspetta questi assassini senza onore, senza parola e senza dignità. Per trattare non basta dire la verità, serve dire quella che agli inquirenti piace sentire. Così, adesso, capite quel che è successo a Berlusconi e Spatuzza.
Il primo, capo del governo, già due legislature fa, come ricorda Giuseppe Gargani, fu contrarissimo a far cessare gli effetti del decreto legge del 1992. Probabilmente pensava che, in caso contrario, anziché la parte dello statista civile gli avrebbero cucito addosso quella dell’amico dei mafiosi. Mal gliene incolse, perché allevò Spatuzza, che ora sostiene d’essergli stato amico. Il Gaspare in questione è un killer che vuol far credere d’essere divenuto pensoso e convertito, ma è abbastanza furbo da presentarsi sulla scena smontando una verità processuale passata in giudicato, quella relativa alla bomba di via D’Amelio ed alla morte di Paolo Borsellino. Ci avevano lavorato la procura, il gip, i giudici di primo e secondo grado, più quelli della cassazione, il tutto moltiplicato per tre processi, e tutti avevano sentenziato delle castronerie, perché arriva Spatuzza e racconta di avere rubato lui la macchina, fornendo tutti i riscontri. Attenti, aprite occhi ed orecchie: in quel momento, gli viene riconosciuto lo status di pentito, con relative protezioni? No. Perché il trattamento di favore passi dall’essere provvisorio a divenire definitivo si deve attendere il giorno in cui questo animale s’esibisce in aula, a Torino. E’ chiaro? Il resto è noto, con l’antimafia passata dai professionisti di sciasciana memoria ai dilettanti di telegenica presenza.
Questa macchina infernale s’innesca grazie al 41 bis, che una politica saggia e una scuola giuridica decente dovrebbero far tornare alle sue originarie caratteristiche, senza, per questo, nulla concedere circa la sicurezza e l’isolamento dall’esterno che deve caratterizzare la carcerazione, specie di criminali che fanno parte di organizzazioni ancora attive. Il guaio è che la scuola ha chiuso i battenti e la politica sa solo battere i denti, continuando a tamponare i sintomi di un’infezione di cui custodisce il focolaio.

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