Se al referendum andrai a votare Sì vuol dire che sei come i fascisti in adunanza, con tanto di braccio teso e corale abominio. Se al referendum andrai a votare No vuol dire che sei come i picchiatori che a Torino assaltano un poliziotto, con tanto di martello e viltà di branco. Se però imposti così la campagna referendaria, diffondendo falsi e demonizzazioni, quello cui punti è l’imbarbarimento. La vasta classe politica che diffonde queste idiozie, con l’alibi di esprimersi in sintesi e con nettezza per ‘farsi capire’, ottiene che in effetti si capisca quanto sia popolata da idioti.
Tale modo di procedere non è affatto innocente e genera mostri e contraddizioni. Pensate alla destra che si batte per la (giusta) causa della separazione delle carriere e poi starnazza perché un giudice delle indagini preliminari modifica (non cancella, hanno detto il falso) le misure cautelari applicate ai picchiatori di Torino. Intanto non arrivano a capire che in carcere ci vai dopo la condanna e non al posto del processo e – per profondo difetto culturale – non comprendono che l’appiattimento del giudice sulla tesi d’accusa è l’esatto opposto della separazione delle carriere. Un contraddizione pazzesca. Dire poi che con la riforma quei soggetti sarebbero restati in carcere è un falso che infama la riforma. Così come è contraddittorio elevare ad alfieri del Sì i manettari che operavano per avere a disposizione un giudice che avallasse le richieste dei procuratori.
Non è da meno la sinistra, che ulula contro l’ipotesi che le leggi sull’ordine pubblico degenerino in uno Stato autoritario e liberticida, ma pretende di sostenere che il procuratore che indaga e il giudice che giudicano debbano restare colleghi e collegati, ovvero lo schema presente in tutti gli Stati autoritari e liberticidi. Una sinistra che invoca la fascistizzazione insita nella separazione delle carriere laddove il fascismo le tenne unite (e a cambiare schema fu un ministro partigiano). Una sinistra che usa magistrati combattenti del No, salvo nascondere che appena ieri mattina quegli stessi magistrati sostenevano il contrario: separazione e sorteggio.
Procedere così non ha senso, salvo volere cancellare ogni dubbio sulla barbarie culturale e la mente double face degli astanti. Le carriere unite rispondono a un’idea dello Stato, la cui (giusta) pretesa punitiva si basa sulla sinergia fra chi ha la funzione di raccogliere le prove e chi ha quella di valutarle. La separazione risponde a un’idea diversa dello Stato, la cui (giusta) pretesa punitiva si basa sulla capacità di trovare indizi per accusare, mentre la prova si forma nel dibattimento e davanti a un giudice estraneo tanto all’accusa quanto alla difesa. Detto in modo diverso: l’unità delle carriere sta dentro un’idea di prevalenza nella difesa dello Stato dal crimine; mentre la separazione risponde a un’idea di prevalente difesa dei diritti del cittadino una volta che si trova a essere accusato dal preponderante potere dello Stato. Entrambi i sistemi possono produrre buona giustizia ed entrambi possono cadere in gravi errori. Le cause della malagiustizia, con la sua intollerabile e incivile lentezza, non si trovano nella scelta fra quelle due idee di Stato, perché possono essere annichilite entrambe dall’incapacità, dal lassismo, dal non rispetto dei termini di procedura.
La scena cui assistiamo spiega che la giustizia italiana è degenerata anche perché il mondo politico è sprofondato in una forsennata e ignorante faziosità, avvelenata con il cinismo e annacquata con il trasformismo. Non di meno la sostanza vera del referendum è seria. Si potrà scegliere se votare Sì o No. Sceglierò la prima possibilità, ma la accompagnerò con una precauzione: non voterò mai per quelli che stanno facendo una campagna referendaria – da una parte e dall’altra – basata sulla falsificazione e sulla demonizzazione. Con questi meglio non avere nulla a che spartire, sperando che gli elettori se ne rendano conto e rifiutino loro il consenso.
Davide Giacalone, La Ragione 6 febbraio 2026
