Giustizia

Il flagello prescrizioni

Oibò, se il centro destra insisterà nel voler votare la ex Cirielli, se per i non recidivi si accorceranno i tempi della prescrizione, un numero enorme di procedimenti penali finiranno nel nulla. Si scandalizzano, le anime candide, ed invitano alla resistenza civile. Ma più che anime candide sono anime sciocche: da una parte non conoscono la realtà, dall’altra non sanno cos’è la prescrizione.

Cominciamo dalla realtà: lo scandalo dei procedimenti penali suicidati dalla prescrizione non è un’eventualità indotta da futuri provvedimenti legislativi, ma la normalità della (penosa) vita giudiziaria italiana. Nel 1996 i provvedimenti di prescrizione erano 56.486, nel 2003 sono giunti a 206.891. I reati prescritti erano, sempre nel 1996, 83.390, mentre sono giunti a quota 259.427 nel 2003. Un trend che ha quasi quadruplicato le prescrizioni. E gli ultimi dati disponibili sono quelli del 2003, nel frattempo le cose sono ulteriormente peggiorate.

All’incirca l’80 per cento delle prescrizioni è constatata davanti al Gup (giudice dell’udienza preliminare). Il che significa che una grande parte dei procedimenti penali arrivano già bolliti al primo vaglio giurisdizionale. Da cosa dipende? Naturalmente può dipendere, ed in parte effettivamente dipende, dal fatto che certe notizie di reato emergono dopo che è già passato del tempo da quando il reato si è consumato. Però è improbabile che ciò sia percentualmente significativo, quindi si deve trovare un’altra spiegazione. Eccola: i termini delle indagini vengo prolungati automaticamente ed acriticamente, molto al di là della effettiva utilità; i pubblici ministeri, concluse le indagini preliminari, non provvedono subito (come dovrebbero) alla richiesta di rinvio a giudizio e, morale della favola, quando l’intera faccenda arriva davanti al Gup sono passati anni.

Non c’è adeguata consapevolezza del fatto che tutti i termini relativi all’attività difensiva sono termini perentori: o li rispetti o perdi il diritto a determinate iniziative ed opposizioni. Mentre i termini che riguardano l’accusa, la procura, sono in gran parte ordinatori, vale a dire che una cosa la si dovrebbe fare entro un mese, ma se la fai in un anno non succede niente. Ecco una prima riforma da farsi: perentorietà per ambo le parti.

Poi cominciano le udienze, e non è raro (anzi è inquietantemente frequente) il caso di rinvii che pareggiano, e talora superano l’anno solare. Il tempo così sprecato si trasforma in prescrizione, che viene constatata dal Tribunale o dalla Corte d’appello.

In altre parole: la giustizia penale italiana è incapace di funzionare, e non per le attività dilatorie messe in atto dalle difese, ma, semplicemente, perché si lavora poco e male. A rendere malandato il lavoro, certamente, contribuisce una produzione legislativa continua e caotica, incapace di cambiare un sistema che non funziona, ma perfettamente in grado di cambiare più volte le carte in tavola.

Taluni, ad esempio la magistratura associata, hanno proposto di allungare i tempi della prescrizione. Proposta folle, pari a quella di chi vuole allungare il termometro non essendo capace di far scendere la febbre. La prescrizione è un istituto di civiltà giuridica, che purtroppo misura i fallimenti della giustizia.

La prescrizione segna il momento in cui lo Stato perde il diritto di perseguire un cittadino. La misura temporale cambia a seconda della gravità del reato, e quando sentite dire che cadono in prescrizione reati gravi vuol dire che sono passati lustri dal giorno in cui si presume che siano stati commessi. Si presume, perché la prescrizione di cui stiamo parlando impedisce il giudizio e, quindi, l’imputato ne esce da innocente totale, senza che tale sua innocenza possa essere messa in discussione, a meno che non si mettano in discussione la Costituzione, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Robetta pesante, insomma.

E’ un istituto civile perché è certamente incivile costringere un cittadino a difendersi per decenni (pagando la propria difesa), da un’ipotesi di reato. Delle due l’una: o ci sono le prove, ed allora lo si condanni, o non ci sono, ed allora lo si assolva. Ma tenerlo in sospeso è una tortura intollerabile. La prescrizione è la pacchia dei colpevoli e la frustrazione degli innocenti. E’ vero che un imputato può rinunciare alla prescrizione, ma è anche vero che dopo dieci, quindici, venti anni di persecuzione un innocente ha già maturato una fiducia pari allo zero, nei confronti di chi amministra la macchina persecutrice.

La ex Cirielli, dunque, è una buona proposta e sarà una buona legge? No, perché non risolverà nessuno di questi problemi e, in qualche caso (come in quello dei recidivi) li aggraverà. Ma non è neanche l’anticamera del disastro, perché il disastro è già in atto. A quello occorrerebbe trovare rimedio, affrontando i problemi della giustizia senza avere timori reverenziali nei confronti del corporativismo togato, con il realismo di chi sa che la bancarotta è già avvenuta e che sono seriamente minacciati sia i diritti dell’individuo caduto nel tritacarne giudiziario, sia quelli della collettività a veder condannati, a pena certa ed effettiva, i colpevoli.

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