Giustizia

Il matto e lo scemo

L’egolatria di Marco Pannella è smisurata, comprendendo anche l’ipotesi di tirare le cuoia in una delle battaglie nel corso delle quali utilizza il proprio corpo come un’arma non violenta, ma, almeno, il grande capo radicale conserva passione e lucidità politica. L’egolatria di altri politici non scherza, al punto d’intestare a sé stessi i propri partiti, ma difettano largamente di idee e idealità. L’odierna campagna pannelliana, contro l’inciviltà delle nostre galere, dovrebbe muovere non a compassione per l’arsura delle sue carni, ma a indignazione per l’aridità mentale e morale di un vasto mondo politico.

Pannella digiuna e non si disseta per testimoniare le condizioni disumane in cui vivono i detenuti. Ha ragione, ma questa è solo una parte del problema. La più feroce inciviltà consiste nel fatto che più della metà della popolazione carceraria non sta scontando una pena, ma attende di sapere se sarà condannata o considerata innocente. Il malocarcere può essere considerato, con abbondanti egoismo e grettezza, un problema dei carcerati, posto che nessuno pensa mai di finire nelle fila di chi vi soggiorna ingiustamente, ma la malagiustizia è un problema certamente collettivo, con enormi costi sociali ed economici.

Le più grandi forze politiche votarono, nel 2006, un indulto. Lo votarono il Partito Democratico come Forza Italia, la maggioranza di centro sinistra, che allora governava, come anche la destra (ad esclusione della Lega). Lo fecero con un riferimento ipocrita alle parole di Giovanni Paolo II (pronunciate quattro anni prima), sollevando il problema del sovraffollamento. Era vero allora com’è vero oggi. Chi votò con quelle motivazioni dovrebbe rivotarlo oggi. Io ero contrario allora e resto contrario oggi, perché l’indulto non risolve un bel niente, come si è puntualmente e dolorosamente dimostrato. Vado oltre: cancellerei la possibilità stessa dell’indulto, vale a dire di uno sconto sulla pena che ha un sapore dispotico ed è uno strumento che non cambia di un capello la condizione della giustizia. Tutte cose già scritte.

C’è una cosa, però, che sappiamo tutti, che è chiara a tutte le persone solo lontanamente ragionevoli: la nostra giustizia è in bancarotta, capace solo di disonorare gli indagati, di piazzare sui giornali le intercettazioni (qualche volta ridicole), ma poi incapace di celebrare processi e impartire condanne e assoluzioni in tempi accettabili, sappiamo, quindi, che una volta riformata la giustizia si dovrà toglierle dal groppone il peso assassino dell’arretrato. E questa si chiama: amnistia. Non estingue la pena, estingue il processo estinguendo il reato. Un’ingiustizia, uno sfregio, un’offesa agli onesti, ma pur sempre meglio della putrefazione a cielo aperto. L’indulto si fece senza alcun cambiamento, l’amnistia non può che essere il frutto di una radicale riforma.

Se la politica esistesse, se non fosse il mestiere del parlare a vanvera e sopravvivere a sé medesimi, questo sarebbe un problema da affrontare. Quel pazzo di Pannella non mangia e non beve? Lo si usi. Con cinismo, con freddezza, pari al cinismo e alla freddezza con cui lui pianifica le sue campagne. Lo si usi perché ha ragione, perché è vero quel che dice, anche quando straparla. L’egolatria non pannelliana, invece, impone di parlare di giustizia solo a proposito dei processi che riguardano sé stessi e il proprio mondo, con il risultato di perderci la faccia e non cambiare mai nulla.

Invece che corteggiare Pannella per le alleanze elettorali, dove non conta nulla, sarebbe meglio avvicinarlo per queste partite, dov’è più credibile di altri. E anche se lui eviterà di crepare di sete noi rischiamo comunque di annegare in un mare di palta giudiziaria, con la somma ridicolaggine di un’indagine sulla violazione del segreto investigativo che s’è trasformata nell’inesauribile fontana di atti giudiziari offerti alla pubblica ricerca di qualcosa che somigli allo straccio di un reato. Pannella è matto, ma chi non capisce quanto convenga dargli spazio è scemo.

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