Giustizia

Il moralismo nuoce al diritto

In una foto, talora, si trova il riassunto di una civiltà. Ed anche, per contrasto, l’inciviltà del modo in cui amministriamo giustizia.

Martha Stewart è una bionda spigliata, che ha accumulato fama e denari vendendo, su duecentotrenta quotidiani e duecentottanta radio e televisioni, consigli di bon ton agli americani. La conoscevano e la conoscono tutti.

Ad un certo punto la giustizia statunitense le ha messo gli occhi addosso per una faccenda di insider trading. Essendo stata giudicata colpevole la signora ha trascorso cinque mesi in galera e cinque agli arresti domiciliari. In una foto, diffusa dalle agenzie in questi giorni, la si vede ricomparire in televisione, dalla sua casa, mentre solleva i pantaloni e mostra la cavigliera mediante la quale viene controllata a distanza, in modo che non evada dagli arresti domiciliari. La pena finisce oggi, ed anche la cavigliera sparirà. Nel frattempo la Stewart annuncia i suoi programmi per il futuro, non meno ambiziosi di quelli che ne hanno riempito il passato.

Oibò, esclamerà qualcuno, i soliti americani bambinoni, faciloni, bonaccioni e spendaccioni. Lo spettacolo continua sempre, dalle loro parti, e la criminale continuerà a dare lezioni su come ci si comporta. Ah, ah, ah, che ridere. Invece il caso Stewart andrebbe osservato con ammirazione: una cittadina viene sospettata di aver commesso un reato; nel giro di pochi mesi si precisa il capo d’imputazione e si conclude il procedimento; essendo colpevole è condannata a pena certa e ragionevole; scontata la quale ha pagato il suo debito e torna ad essere una cittadina che le leggi tutelano e sulla quale saranno espressi giudizi per quello che farà. Lo trovo perfetto.

Da noi le cose avrebbero seguito un copione raccapricciante. Dapprima la cittadina sarebbe stata per un anno e mezzo al centro d’indagini preliminari, nel corso delle quali ogni verbale, ogni dichiarazione, ogni supposizione della procura sarebbero finiti sui giornali ed in televisione. A ruota avremmo conosciuto il contenuto delle sue telefonate private, e non solo in relazione al reato presupposto, ma anche quelle destinate a farci sapere quali nomignoli affibbia ai suoi amanti o se, per caso, non preferisca amanti femmine. Dopo due o tre anni si sarebbe giunti all’udienza preliminare, ove la procura chiede ed ottiene l’imputazione per reati che prevedono un minimo di dieci anni ed un massimo di venti di detenzione. Nel giro di dieci anni il procedimento penale non si sarebbe concluso e, stancamente superando il limite dei quindici, passato il momento in cui le si contestavano reati immaginifici, le non provate accuse sarebbero cadute in prescrizione, la sua innocenza sarebbe rimasta intatta, ma non riconosciuta (prescrizione: istituto di civiltà giuridica divenuto la delizia dei colpevoli e la gogna degli innocenti). Non avrebbe scontato un solo giorno di galera, ma tutti, per l’eternità, avrebbero potuto ricordare il marchio d’infamia delle indagini e del processo abortito, complice anche qualche “libro verità” scritto, o, meglio, copiato utilizzando le carte dell’accusa, ove s’adombra anche il sospetto che la nostra cittadina abbia corrotto i giudici, che sono integerrimi solo quando agiscono all’unisono con il moralismo degli asini.

Più guardo la foto della bionda Stewart più mi convinco che nessuno è più immorale dei moralisti, nulla più viscido ed incivile del moralismo senza etica.

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