Giustizia

Il pizzo e la legge

Prendete le parole del governo e quelle degli imprenditori, mettetele a paragone con quelle dei magistrati che aprono l’anno giudiziario, e valutate l’abisso che divide i principi dalla realtà. Il Consiglio dei ministri si riunisce a Reggio Calabria, ribadendo l’intenzione di combattere e sconfiggere la criminalità organizzata, e specificatamente la ‘ndrangheta. Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, parla a ruota, affermando che gli imprenditori che pagano il pizzo saranno espulsi. Poi tocca, la mattina successiva, al procuratore generale presso la corte di Cassazione, che descrive gli uffici giudiziari come imminenti alla paralisi. L’anno scorso, nella stessa sede, si disse che la nostra giustizia era peggiore di quella africana, quest’anno la si descrive peggiore di quella del Gabon. Non s’è fatta molta strada.

Ascoltando pensavo a quell’imprenditore, che opera in Sicilia, o in Calabria, o in Campania. Sono passati degli sgherri e gli hanno chiesto di pagare, vogliono il pizzo, altrimenti fanno saltare in aria una scavatrice, poi lo stabilimento, poi suo figlio. Che fa? Magari chiude e se ne va. Già le cose non procedono bene, la crisi erode i guadagni, si deve mandare via dei lavoratori, che è un dolore, ora ci si mettono pure quei ceffi. Al diavolo tutto. Tira i remi in barca. Dopo di che ci saranno più disoccupati e meno sviluppo. Il nostro imprenditore lo sa, non lo accetta, vede possibilità di crescita, crede nella sua impresa, ma è una persona onesta e non si piega al ricatto. Va dai carabinieri e denuncia i malfattori. Fa la cosa giusta.

Lui, ma gli altri? I carabinieri chiamano il denunciato, lo interrogano e quello nega. A questo punto occorre che qualcuno, un giudice prima e un tribunale poi, s’incarichi di verificare se quel signore è effettivamente un criminale, cercando di sventare la rete che agisce alle sue spalle, o se è l’imprenditore a essere un calunniatore. Mica si può carcerare la gente sulla parola! Ma la macchina che deve fare questo lavoro, la giustizia, è paralitica. Procede con una lentezza che ne nega il nome stesso. Più che cieca è persa, sicché i colpevoli le sfuggono, mentre gli innocenti li tortura a dovere. Il nostro imprenditore, poco dopo, si ritrova, fuori dalla porta, gli stessi che ha denunciato. Lo guardano in modo da non ammettere replica.

Tutto questo non certo per dire che avrebbe dovuto pagare e stare zitto, come, in effetti, è largamente probabile che faccia, ma che non sarà la minaccia d’espulsione a cambiare quella realtà. Ciò perché lo Stato non può chiedere ai cittadini di sostituirlo nel suo compito più specifico e non delegabile: usare la forza per reprimere i fuorilegge. In larga parte del Sud, invece, lo Stato ha perso sovranità e non pone rimedio.

Ecco perché udire, nell’arco di ventiquattro ore, il governo, gli industriali e i magistrati può avere provocato, in chi pensa e ha a cuore le istituzione, una lancinante fitta di dolore. E anche un certo senso di nausea, considerato di cosa parla la politica.

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