Giustizia

Il reato non c’è, il resto sì

La concussione sessuale non c’è, gli indagati, che furono arrestati, non sono stati giudicati innocenti da un tribunale perché la procura romana, che ha ereditato le carte da quella potentina, ha ritenuto che non ci sia proprio nulla su cui procedere.

Quando la faccenda, denominata “vallettopoli”, nacque parlai, su queste pagine, di ubriachezza giudiziaria. Ora aggiungo: qualcuno deve pagare.

Ancora una volta l’incivile interazione fra procuratori loquaci e giornalismo acquiescente ha fatto coriandoli del diritto. Ancora una volta l’inchiesta si apre nel gran clamore e si chiude nella quiete, quando non nel silenzio. (Travaglio ha opportunamente osservato che di ciò s’è taciuto, allorquando si sono arrestati presunti brigatisti rossi. A parte che si sbaglia, non capisco se s’è tardivamente accorto d’essere parte dell’orda assassina dei diritti, o se si compiace d’aver trovato qualche altro barbaro). Ancora una volta la pretesa di condannare moralmente gli indagati poggia sull’immoralissima ignoranza dei fatti e delle procedure, rendendo accessoria la condanna penale, ove mai vi sia uno straccio di prova per giungervi. Ancora una volta la custodia cautelare è utilizzata in modo del tutto improprio, senza alcuna prudenza. E fin qui siamo alla patologia cronica di una giustizia in bancarotta, che danneggia irreparabilmente non solo i direttamente coinvolti, ma l’intera società. Pacchia per i colpevoli, inferno per gli innocenti.

Però, ricordo bene che in quest’inchiesta debuttò la pubblicazione di intercettazioni telefoniche durate mesi e mesi, dove si raccoglievano scarti di pattumiera, si razzolava nel privato, si spettegolava delle pudenda altrui. Fossi nel ministro della giustizia indagherei attentamente su quelle intercettazioni: supremo spreco di denaro pubblico o sospetta fonte impropria? Divulgazione incivile o avvertimento circa l’esistenza di banche del fango? Preferirei togliermi il dubbio. Mentre è inutile chiedere al Consiglio Superiore della Magistratura di accertare se qualche procuratore è geneticamente sfortunato o animato da uno spirito non propriamente aderente alla funzione, perché secondo l’organo di auto (non)governo corporativo i magistrati non sbagliano mai, non ce n’è uno che sia meritevole di ragionevole punizione, tutti devono far carriera.

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