Giustizia

Incapaci & Vili

Incapaci & Vili. Così appaiono i legislatori, quando si parla di giustizia. Come quando si deve decidere se concedere o no l’autorizzazione all’arresto di un senatore? Si tratta di Alberto Tedesco, della sinistra, già assessore alla sanità in Puglia, nella giunta di Niki Vendola. E dico subito quale dovrebbe essere la risposta: no, quel senatore non deve essere arrestato. E se la sinistra si vergogna a dirlo, se cerca di rimpiattarsi dietro formalismi ridicoli, sia il centro destra ad affermarlo: no, a difesa delle istituzioni, ma anche dei cittadini.

Non si vota a favore o contro l’innocenza di Tedesco, come l’inciviltà del dibattito lascia sempre supporre. Anzi, posto che si deve sempre attendere l’esito del giudizio finale, anticipo che fare l’assessore alla sanità avendo moglie e figli nel giro dei farmaci, ed avendo creato una società che, guarda un po’, vede schizzare il fatturato in coincidenza con l’incarico, è una cosa riprovevole. Che sia o no un reato, non tocca né a noi né ai senatori dirlo. Quel che si vota è se deve essere arrestato, posto che la richiesta è stata fatta due anni dopo l’avvio delle indagini. Che senso ha? Vale per Tedesco come per chiunque altro: non c’è pericolo di fuga, non può reiterare il reato e se avesse voluto e potuto inquinare le prove lo avrebbe già fatto. Allora: perché deve essere arrestato? Che sia processato e, se del caso, condannato, ma se la procura ritiene che sia più congruo interrogarlo da detenuto la risposta deve essere: no. Fa pena una sinistra che non trova la dignità di dirlo, oramai asservita al corporativismo togato, ma fa compassione anche una destra che esita, trovandosi nel fronte avverso il bersaglio di turno.

Furbesche e patetiche anche le vie d’uscita immaginate dall’opposizione: a. il senatore Tedesco va in aula e chiede d’essere arrestato; b. al tempo stesso presenta ricorso e si decide di attenderne l’esito. Sbagliate. La prima, di sapore vagamente staliniano, perché non si tutela la sua persona, ma l’istituzione. La seconda, perché si vota sul principio, non sulle decisioni del giudice.

Con l’occasione, se non fossero Incapaci & Vili, potrebbero puntualizzare un paio di cosucce. Se una procura (segnatamente quella di Bari) dilapida quattrini in intercettazioni telefoniche, puntualmente giunte ai giornalisti e ripetutamente pubblicate, salvo scoprirsi che sono inammissibili, inutilizzabili in giudizio, perché irregolari, occorrerebbe far pagare il conto. Si chiama “danno erariale”. Il guaio è che a decidere dovrebbero essere dei colleghi. Consci di questo, i signori parlamentari potrebbero accorgersi che non funzionerà mai un sano sistema di responsabilità civile se si mantiene vigente l’obbligatorietà dell’azione penale. Il pubblico ministero deve essere responsabile, ma perché lo sia occorre che sia anche libero e indipendente. Il giudice deve, a sua volta, essere terzo, il che esclude sia collega del procuratore.

Ieri Vittorio Feltri ha fatto tre proposte: 1. il cittadino arrestato sia subito portato davanti a un giudice, per conoscere le accuse e la propria sorte, 2. la custodia cautelare valga solo per i reati gravi; 3. chi sbaglia deve pagare. Giustissimo, sottoscrivo, non prima di aver ricordato, però, che è già formalmente così. Solo che il giudice che incontri (il Gip) è un collega del procuratore ed è lui ad avere disposto l’arresto; l’arresto preventivo è già previsto solo per reati gravi, ma sono sempre quei due a stabilire cosa sia grave e cosa no; la responsabilità civile potrebbe farsi valere sui singoli magistrati, salvo il fatto che la corporazione si guarda bene dal procedere. Morale: se è sempre l’oste a stabilire quanto sia buono il vino state certi di bere aceto e di pagarlo come nettare. E pretendono anche si brindi.

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