Giustizia

Indagati

giacalone editoriale la ragione 2 luglio 2025

Già oggi è sparito l’allarme lanciato dal Presidente della Repubblica sull’inciviltà delle nostre carceri. L’ennesimo. Sempre ascoltato in silenzio e riposto all’istante nel dimenticatoio. Quello è un aspetto della disastrata giustizia, che si riesce anche a peggiorare procedendo bendati.

Il governo sarebbe intenzionato a proporre un registro degli indagati alternativo per quanti, al servizio del pubblico (forze dell’ordine o sanitari che siano), vengano accusati di aver commesso un reato. Intenzione che sarebbe giustificata dal non veder sottoposte a conseguenze immediate, sul posto di lavoro, persone che si dimostreranno innocenti. Non so se lo farà, so che sarebbe un gravissimo errore.

Se un poliziotto spara a un bandito che gli sta sparando e lo ammazza ci sono due cose ovvie e giuste: 1. viene indagato, perché se c’è un cadavere si dovrà pur accertare come sono andate le cose; 2. viene anche prosciolto, perché ha solo fatto il suo dovere. Non sempre le cose sono così chiare e qualche volta di troppo stanno all’opposto: i carabinieri che massacrarono Stefano Cucchi (2009) erano nell’esercizio delle loro funzioni, non di meno lo ammazzarono e per questo sono stati condannati. Quindi non solo è ovvio che ci siano indagini, ma non è affatto scontato che conducano a un esito anziché a quello opposto.

Perché, però, una persona che ha adempiuto al dovere e non ha commesso alcun reato deve, nel frattempo, subire le conseguenze delle indagini? Giusta domanda, ma riguarda chiunque. Perché un amministratore deve subire l’onta d’essere accusato di corruzione o un medico di non avere curato adeguatamente un paziente? Perché si deve poter essere accusati di violenze che non si sono commesse? E così via. Si tratta di una condizione in cui da una parte si paga un tributo al vivere in una società civilizzata (accetto di poter essere indagato, in ossequio alla legge dello Stato), mentre dall’altra si è creditori di un giudizio assolutorio (che lo Stato ha il dovere di assicurare in tempi ragionevolmente brevi). Andrebbe anche bene, se non fosse che si è ceduto alla barbarie.

Per i mezzi di comunicazione la presunzione di colpevolezza ha da lunghissimo e orrido tempo soppiantato quella d’innocenza, mentre lo Stato consente che la magistratura non rispetti i tempi previsti dalle leggi, che le indagini si prolunghino e che quando le si chiude si attenda di sapere cosa succede, come quando il cielo scuro tuona e non cade una goccia. Nel caso della richiesta del giudizio si può poi andare avanti per anni, consegnando una sensazione di generale impunità che è anche, però, una condizione di supplizio per gli innocenti. A fronte di questo disastro governanti e legislatori, negli anni, si sono prodotti in inciviltà giuridiche che non hanno mirato ad assicurare giustizia ma a compensare la sua mancanza: si chiedono le dimissioni di chi è ancora costituzionalmente innocente o si sospende da servizio e stipendio chi deve ancora essere processato.

Ora, a coronamento dell’incapacità, si vorrebbe un registro d’indagati cui non applicare l’inciviltà che subiscono gli altri, così giustificando la tortura giudiziaria differenziata e dando un disgustoso senso di difesa a priori per chi – nel caso sia giudicato colpevole – dovrebbe semmai subire una condanna aggravata dalla delicata funzione che svolgeva. È osceno ma anche deresponsabilizzante, perché nel caso delle forze dell’ordine dovrebbe essere responsabilità dei gradi superiori valutare non la colpevolezza o l’innocenza, ma l’opportunità della rimozione. I poliziotti accusati di rubare una parte della droga che sequestravano possono ben essere innocenti, ma tocca a chi li dirige assumersi la responsabilità di lasciarli al loro posto (e pagare se sbaglia).

Quella pessima idea del registro alternativo suona come resa incondizionata all’inesistenza di una accettabile giustizia. Voglio fortemente credere che a nessun governante passi per la testa, se non contestualmente lasciando la funzione che non è capace di svolgere.

Davide Giacalone, La Ragione 2 luglio 2025

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