Giustizia

Indovina chi giudica la cena

Indovina chi giudica la cena

Un mondo alla frutta è facile s’impicchi ad una cena. Il desco altolocato ha suscitato polemiche accese e meravigliate, sebbene di stupefacente vi sia, prima di tutto, l’assoluta assenza di riservatezza. Il potere snudato può esser gaglioffo, ma più che la trasparenza va prendendo piede lo spionaggio. A condannare, poi, è chi

dovrebbe tacere. Intanto s’apprende che il Consiglio Superiore della Magistratura, incline al perdono dei magistrati pedofili ed alla solidale comprensione verso gli analfabeti, ha trovato un sussulto di rigore, rivolgendolo alla toga che utilizzò internet per far vedere quanto i colleghi fossero incapaci e balordi.
Il tema vero, pertanto, è quello della giustizia italiana, la cui credibilità pareggia l’efficienza. Al discredito concorre la Corte Costituzionale, e ricordo che noi, qui, con precisione e dettagli, ne raccontammo la triste decadenza, denunciandone apertamente i costumi, tendenti al debosciato. Ma, allora, le odierne fiere ruggenti erano micioni sonnacchiosi, intenti a far le fusa sul grembo dei sentenzianti. Castrati erano, e tali rimangono.
I magistrati dovrebbero starsene lontani dalla vita politica, ivi comprese le frequentazioni sociali. I giudici costituzionali, per giunta, sono gli unici non di carriera, meglio piazzati per dare il buon esempio, ove mai il carrierismo non l’avessero nel sangue. Certo, può capitare che si sia stati compagni di banco o commilitoni, che ci s’incontri periodicamente. Ma c’è modo e modo. La cosa pazzescamente ridicola è che a pretendere di denunciare il cadere in tentazione sia gente che incassava soldi e favori da quelli che sarebbero stati i loro indagati, e che poi, per riscuotere il premio del populismo togato, si buttano in politica. E’ immorale che si passi dalla procura alla candidatura, propiziata dall’esibizionismo giudiziario. Si tratta di un malcostume talmente diffuso che non se ne vede più il contrasto con l’indipendenza.
E che dire della magistratura che continua a pretendere i propri uomini in ministeri, enti, società e centri di spesa? Questa è commistione bella e buona, anzi, brutta e cattiva. Ci sono magistrati contabili che giudicano le spese disposte dai colleghi. Consiglieri di Stato che amministrano la cosa pubblica e danno pareri su come sarebbe meglio farlo. Poi capita che capi di gabinetto (la vera ossatura del potere ministeriale) di lungo corso, passati per molti ministeri e molti ministri, finiscano a giudicar le leggi. Che volete chiedergli, di rinnegare se stessi? E chi glielo chiede, dei presidenti che stanno lì solo sei mesi, violando la Costituzione che dovrebbero difendere? Chi lo reclama, quelli che alla Corte volevano mandare il proprio capo della corrente giudiziaria, quello che aveva isolato e neutralizzato Falcone? Se raccontassimo la storia delle contaminazioni, in Italia vorrebbero restare solo i clandestini.
Siamo arrivati al punto, oramai più ridicolo che drammatico, di avere un magistrato che tiene un blog per segnalare gli sfondoni dei colleghi (da quello che legge la verità negli occhi dei testimoni a quello che obbliga al mantenimento dei morti). Ha un nome, Gaetano Dragotto, ma quando fu accusato per quella sua attività si difese sostenendo che la svolgeva in modo anonimo e senza fare i nomi dei colleghi. Come se la viltà e l’omertà fossero attenuanti, laddove, al contrario, si sarebbe dovuto accusarlo di non averlo fatto con esposti da lui firmati, ed indicando il nome dei mentecatti. Insomma, al Csm restano convinti sia bene il cane non morda il cane, sicché, dopo avere assolto ogni devianza e promosso ogni ignoranza, hanno stabilito che no, Dragotto la deve pagare. Quello fa marameo e se ne va in pensione. Altra bocca da sfamare, a cura di quelli cui tocca lavorare.
Ho una visione quasi sacrale della magistratura, credendo nella giustizia più di quelli che vestono la toga. Hanno soldi e carriera assicurati, per essere indipendenti e separati. Ma non s’accontentano e s’arrampicano. Basta con l’ipocrisia: o li si considera, anche nel più alto consesso, portatori d’interessi, nominandoli od eleggendoli in modo coerente, oppure taccia l’appiccicosa e disonesta doppiezza di chi si scandalizza a corrente alternata.

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