Giustizia

Kamikaze e garantismo

Kamikaze e garantismo

Produciamo più kamikaze (loro si definirebbero martiri) noi, in Europa, di quanti non se ne formino nella matrasse dove i bambini vengono indottrinati, come si conviene a tutte le ideologie totalitarie ed illiberali. Noi crediamo che il benessere e la libertà siano chiavi adeguate ad aprire le porte del dialogo e del ragionamento, invece alcuni giovani islamici, pur conoscendo e vivendo il nostro mondo, accettano di perdere la vita nel sogno irreale di riuscire a distruggerlo.

Attorno a questi temi si dipana la riflessione di Magdi Allam, nel suo ultimo libro (“Kamikaze made in Europa”, Mondadori). Molto interessante ed istruttivo, anche perché non ossessionato dal politicamente corretto. Alcune pagine sono dedicate al tema della giustizia, o, meglio, della repressione, anzi, si potrebbe dire all’impossibile conciliazione fra la necessaria repressione ed il garantismo. E’ un problema davvero importante, un terreno sul quale si possono commetere errori che l’Italia ha già commesso in passato e che, invece, vanno evitati.

E’ chiaro, sostiene Allam, ed osserviamo noi tutti i giorni, che le nostre libertà, i nostri principi, sono divenute armi nelle mani di chi vuole sopraffarci. Per noi è irrinunciabile, ad esempio, la libertà di culto, ma attorno all’islamismo ed alle moschee non si raccolgono solo i fedeli, ma crescono anche i nostri nemici. Nemici che, in nome dell’universalità della loro religione (che non è un’esclusiva dell’islam), non si accontentano certo della libertà di pregare il loro dio, volendo, invece, imporlo a noi tutti.

Facciamo acqua anche nel combattere il terrorismo vero e proprio. Per le nostre leggi non è reato fantasticare o parlare di attentati, di esplosioni, di morti ammazzati. Occorre che ci sia un concreto pericolo, per potere mettere in galera qualcuno. Quindi, se il fanatico mussulmano non lo trovo con il tritolo, non lo scopro mentre collega il timer, non ne disvelo la rete di complici concretamente dediti a seminare morte, non gli posso fare niente. Perché da noi non è reato sostenere che il mondo va cambiato e che le leggi di dio devono prevalere su quelle degli uomini.

State attenti, avverte Allam, se non vi sbrigate a rendervi conto che la minaccia è reale, e che le vostre, le nostre leggi sono le più adatte a farla crescere, allora saranno guai, anche peggiori di quel che si è già visto. Una prospettiva terrificante, al punto da far sorgere il dubbio che quelle leggi vadano modificate, che questa gente, anche se non trovata in possesso di bombe, anche se ha solo detto al telefono che intende fare un botto da qualche parte, merita di essere condannata, ed alla svelta.

Ed invece no, questo è proprio l’errore da evitare. Guai a voler risolvere per via di giustizia quello che, invece, è un problema politico. E’ una strada, sbagliata, già percorsa per le “emergenze” terroristiche e mafiose, con il risultato di avere scassato la giustizia italiana ed avere creato un corpo separato ed autoreferente, pericolosamente incline a trentazioni deviate. No, il problema messo in luce da Allam esiste, eccome se esiste, ma non è un problema di giustizia.

La giustizia, che quand’è veramente e pienamente tale si coniuga e congiunge con il garantismo, essendo la stessa cosa, attiene all’amministrazione interna ad un sistema di libertà. Risponde, la giustizia, alle leggi frutto di una statualità condivisa. Può sbagliare, la giustizia, è umano, ma l’errore è fisiologio se interno al sistema di garanzie, mentre diventa un errore deviante, pericoloso, tendenzialmente golpista se per commetterlo si è dovuto forzare quel sistema. Ecco perché il legislatore, la politica, quindi, commette un errore gravissimo quando delega la giustizia a risolvere problemi che non gli sono propri. Insomma: nei tribunali si porocessano singoli cittadini per singoli reati, e nel processarli si rispettano tutte le possibili garanzie; nei tribunali non si combattono fenomeni, non s’indaga la società. Chiaro? E questo vale anche per il fenomeno dell’estremismo islamico.

Il compito di questa battaglia, di questa guerra, spetta alla politica, e per essa al suo potere esecutivo, il governo. Faccio un esempio: per condannare un qualsiasi signore che calca il suolo del mio Paese ho bisogno di prove, non di chiacchiere; ma se quel signore, anche solo a chiacchiere, mi sembra stia mettendo in pericolo la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini, non lo condanno, ma lo butto fuori, e subito. Non è un provvedimento del tribunale, è un provvedimento di polizia, che risponde al ministero degli Interni, non a quello della Giustizia.

Proprio Allam cita il giusto esempio, quello dell’imam Abdel-Samie Mahmud Ibrahim Moussa, che un anno fa pronunciò parole deliranti e violentissime, dentro la moschea e nel corso della preghiera collettiva. Ebbene “quell’imam fu allontanato dall’Italia grazie all’energico intervento del ministro dell’Interno”. Ben fatto. Con un ulteriore, benefico effetto: l’opinione pubblica si pone in modo spesso acritico di fronte alle sentenze, immaginandole frutto della legge, quindi di un concetto astratto di giustizia; mentre, opportumanente, si mostra più critica nei confronti della politica. Usare le armi della politica significa anche dovere utilizzare quelle della conoscenza e dell’informazione. Per capirsi, non credo che, nel clima attuale, si sia disposti a fare sconti a chi, bestemmiando la propria religione, voglia incitare, anche solo a parole, a far scorrere del sangue; ma, al tempo stesso, non credo ci sarebbe spazio per una politica che proclamasse la necessità di perseguitare e cacciare i mussulmani, che, in quanto tali, non c’è motivo alcuno per non volerli concittadini.

Una politica che fuggisse a questa responsabilità sarebbe, poi, colpevole delle conseguenze che la delega alla giustizia porta con sé, a cominciare dalla demolizione di quel garantismo, che, invece, è parte inseparabile della nostra civiltà.

Condividi questo articolo