La riforma costituzionale relativa alla separazione delle carriere non modifica in niente l’autonomia e l’indipendenza di nessuno. Anzi, secondo Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale e già parlamentare comunista, semmai aumenta le garanzie per i magistrati della Procura. Eppure l’idea che possa esserci una minaccia di controllo politico ricorre continuamente nel dibattito referendario e vale la pena affrontarla seriamente. Anche perché, udite udite, è scandalosa solo per chi non conosce altri ordinamenti democratici e rispettosi del diritto.
A parte la rozzezza di un manifesto dell’Associazione nazionale magistrati, che grossolanamente parla di “giudici”, l’ipotesi del controllo politico non si riferisce a chi è chiamato a giudicare ma a chi è preposto a indagare e accusare. La prima ipotesi è blasfemo anche solo pensarla e cancellerebbe ogni traccia di Stato di diritto. Ma, appunto, nessuno sano di mente osa supporlo.
Come detto, la riforma ribadisce autonomia e indipendenza anche dei pubblici ministeri (pm). Ma non è ovunque così: in Francia e Germania, ad esempio, dipendono gerarchicamente dal Ministero della Giustizia (quindi dal governo) e il potere esecutivo può intervenire – il che è avvenuto eccome, sebbene raramente, assumendosene la responsabilità – per chiudere un’indagine o assegnarla a un altro magistrato inquirente. La cosa ha una sua logica perché la Procura non è una sede di giustizia ma l’organizzazione funzionale della pretesa punitiva dello Stato, non giudica nessuno ma s’adopera perché taluni cittadini siano portati davanti a un giudice per essere condannati (se pensassero che fosse bene assolverli ne richiederebbero l’archiviazione). Già quell’atto è una pena, che comporta costi e problemi per un cittadino (se ci sono carichi pendenti, ovvero se si conserva il diritto d’essere considerati innocenti, ma c’è un procedimento a carico, è escluso che si possa essere chiamati a ricoprire posti di responsabilità, difatti quel certificato viene chiesto e valutato). Chi si assume questa responsabilità? Lo Stato che chiede la punizione non è la giustizia, perché quella deve partire dal principio che si è innocenti. Allora chi è? Rispondere che sia il governo non è un oltraggio, ma una possibilità. Da noi non è così, il che comporta l’irresponsabilità dell’accusa.
Dicono i sostenitori del No: è vero che la lettera della riforma garantisce l’indipendenza, ma in questo modo si crea un pm così forte che domani si dovrà sottoporlo al controllo politico. A parte il ragionamento di carambola: a me sta benissimo che il pm sia molto forte, giacché spero che i delinquenti siano perseguiti, ma a patto che vi sia un giudicante ancora più forte e totalmente indipendente e distante da chi accusa. È quello il controllo da esercitarsi, in tempi ragionevoli e non dopo avere distrutto delle vite. Che i due siano colleghi è una bestemmia.
Ma non basta, perché dal fronte del No giunge un’altra obiezione, più sofisticata e significativa: il potere politico potrà controllare le Procure stabilendo quali reati perseguire per primi. Ora, a parte che tale operazione è già stata fatta dalla Procura di Torino e a parte che, se non si stabilisce il criterio con cui esercitare una precedenza, non è che si persegua tutto ma semmai ciascun procuratore decide per sé (come accade adesso), l’obiezione è curiosa assai: certo che il potere politico, che all’occasione s’esercita in Parlamento, può stabilire cosa perseguire e cosa no, così come stabilisce cosa è reato e cosa no. Si vorrebbe togliere questa prerogativa a chi incarna la sovranità popolare? Si passerebbe dal giustizialismo allo Stato dei giustizieri. La separazione dei poteri comporta che uno stabilisce cosa è reato e quanto è grave, mentre l’altro accerta se Tizio o Caio l’hanno commesso e quale pena applicare. Se il secondo deve anche valutare cosa è esecrabile per la convivenza civile si ripiomba indietro di secoli. Viene il dubbio che taluni abbiano studiato diritto in Iran.
Qualsiasi potere deve sempre comportare una responsabilità, che dev’essere chiaramente individuata. La pretesa che esista potere senza responsabilità è antitetica allo Stato di diritto e annienta ogni sicurezza dei cittadini. Certo che i magistrati devono restare autonomi e indipendenti, ma non come corporazione, bensì come singoli: ciascuno deve esserlo, anche dai colleghi che si fossero organizzati in correnti per stabilire che chi è veramente autonomo e indipendente non debba fare carriera.
Davide Giacalone, La Ragione 23 gennaio 2026
